Figura 1 – Quinto Sertorio e la coda di cavallo, Gerard van Kuijl,1638, Gorcums Museum, Gorinchem, Olanda
Non è la storia in sé, ma la sua narrazione. Plutarco nelle sue Vite Parallele, apprezzata traduzione cinquecentesca di Battista Alessandro Iaconello da Rieti (stampato all’Aquila nel 1482), dedica ampio spazio al sabino Quinto Sertorio, 123-72 a.C., in parallelo con Eumene di Cardia. Non si rinvengono nei secoli successivi altri studi su Sertorio all’altezza della sua fama, quella che portò Theodor Mommsen, uno dei maggiori storici di Roma antica, Nobel 1902, a definirlo “uno dei più grandi uomini, se non il più grande in assoluto che Roma aveva generato fino allora, un uomo che in circostanze più propizie sarebbe forse diventato il rigeneratore della sua patria” (Storia di Roma, III, Berlin 1854-56). Se in Spagna, dove visse a lungo e si affermò, ebbe nei secoli ampia memoria, risalta la scarsa attenzione degli storici in Italia, ancor più nell’area culturale sabina. Ne accenna lo Sperandio in “Sabina Sacra e Profana”, Roma, Zempel MDCCXC. “Sabinesi riputare si debbono le nobilissime consolari famiglie Sertorio di Norcia da cui all’anno 666 di Roma fu quel Quinto Sertorio di Norcia conquistatore delle Spagne, e perciò chiamato il monarca di quelle contrade”. Più a lungo ne tratta il Guattani nel tomo II dei 3 volumi dedicati ai Monumenti Sabini, Roma 1828, opera imprescindibile che lo stesso Guattani riferisce di avere affrontato su sollecitazione dei tanti italiani e stranieri (epoca del Grand Tour) che lamentavano l’assenza di un riferimento esaustivo del patrimonio storico artistico della Sabina. E nel capitolo dedicato a Norcia, “Nursia Sabinorum civitatis in montibus sita” dedica alcune pagine a Quinto Sertorio, seguite da altre su S. Benedetto, che sulla tomba ebbe quel celebre distico “Nursia me genuit…”.
Figura 2 – Dalle Vite di Plutarco, Venezia, Zoppino, 1525
Plutarco rimane la fonte primaria delle vicende sertoriane e ancor più “brevemente riepilogando Plutarco e Floro” con il Guattani tracciamo la vita narrataci da dette fonti. Sertorio nacque in Norcia, di cui in varie occasioni abbiamo ricordato la sabinitá risalente, Vetusta Norcia, (Livio, Virgilio, Plinio, Plutarco ed altri) “non si esclude Sabo fra i suoi dominatori che poté dare il nome alla regione”. Fu patria della madre di Vespasiano, Vespasia Polla, la cui famiglia sabina ebbe nel territorio importanti proprietà e, del resto, una località prossima a Norcia, ricordata da Svetonio, si chiamava Vespasiae. Abbiamo anche ricordato Pulchra Sabina Preces , oggi Preci, famosa per la “Scuola chirurgica”, vicino a Norcia, che nel 1700 rivendicava l’aggettivo identitario “sabino”. Tornando a Sertorio, vi sono innumerevoli episodi di battaglie con alterni esiti in Europa e in Spagna in cui comunque rifulse per valore e capacità militari. Nel 79 in Spagna formò un forte esercito e vinse Quinto Cecilio Metello, uomo del suo nemico Silla, sulle rive del Guadalquivir, diventando poi padrone di tutta la Spagna. Introdusse un’organizzazione che rifletteva le istituzioni romane e promosse iniziative per la crescita culturale dei giovani cui consentire anche compiti di governo, con lo studio del latino e del greco. La fondazione presso la città di Huesca (Aragona) di una Università “senza dubbio” per volontà di Sertorio nel 77 a.C. corroborò il processo di sviluppo culturale che si protrasse nei secoli, anche come competitività con quella di Saragozza.
Figura 3 – Dalle Vite di Plutarco, Venezia, Zoppino, 1525
L’Università continuò a chiamarsi Sertoriana per rivendicare l’antica origine, fino alla sua soppressione nel 1845. Resta un museo e tutta la discussione sulla sua storia, compresa la cattedra che avrebbe avuto Pilato. Figura carismatica e di grande cultura, ebbe molto seguito e fama. Anche in Portogallo Sertorio ha lasciato l’impronta, essendo ricollegata a lui la fondazione dell’importante città Evora con la costruzione di un acquedotto e di un tempio alla sua Diana, menzionata nell’antica Roma come “cittadella di Sertorio”, una piazza al centro è oggi a lui dedicata. Il poeta portoghese cinquecentesco Luis Camoes considerò Sertorio eroe nazionale portoghese. Anche per Corneille nella tragedia “Sertorio”, 1662, i Lusitani sotto la guida di Sertorio sono quasi diventati veri romani. Norcia ricorda il suo figlio avendogli dedicato l’importante centrale Corso Sertorio. Una via lo ricorda a Roma. Non risultano intitolazioni a Rieti, neanche Numa risulta nello stradario reatino… D’altronde dopo il compiuto capitolo dedicatogli dal Guattani, non si rinvengono di Sertorio altre memorie di quanti scrittori noti hanno ricordato le vite degli illustri Sabini (Colarieti,1860, nel ‘900 Palmegiani, Sacchetti Sassetti e altri che pure hanno ricordato i Sabini illustri dai tempi di Numa Pompilio). Al riguardo del grande Numa è da segnalare che il Guattani così concludeva il suo citato capitolo “potrà dirsi con ragione che difficilmente nella storia si troveranno due uomini nel loro genere così rari e perfetti come i due Sabini Numa e Sertorio; quello in politica, questi nelle armi; sebbene fortunato il primo, disgraziato il secondo” vedi sopra il Mommsen.
Figura 4 – Iscrizione Romana Quintus Sertorius, museu de Belles Arts de Valéncia
Questa connotazione è conclusiva considerando l’indegna fine cui andò incontro nel 72 a.C. Fu assassinato in un banchetto a seguito di una congiura ordita dall’amico Perperna spinto da invidia e ambizione. Con Numa Pompilio aveva altri punti in comune: come Numa aveva la Ninfa Egeria ispiratrice delle sue leggi e decisioni che ne agevolava l’accettazione del popolo, Sertorio ebbe accanto una bellissima cerva bianca, dono di un lusitano, che, ispirata da Diana, parlava con lui e gli insegnava cosa fare e le conseguenti decisioni erano acclamate dai militari. Sertorio fu grande capitano e, al riguardo, viene da ricordare un altro grande Sabino, Terenzio Varrone, che pure si trovò impegnato in operazione belliche navali contro i pirati con Pompeo, nemico di Sertorio, ma non vi sono registrati incontri salienti tra i due valorosi che meritarono i più alti e rari riconoscimenti militari di Roma: corona ossidionale o graminacea per Sertorio nel 97 a.C. in Spagna, corona navale per Varrone nel 67 a.C. Nelle numerose raffigurazioni Sertorio viene rappresentato in armi orgogliosamente privo di un occhio perso in battaglia, con vicino la cerva bianca e i due cavalli dell’ apologo, divenuto famoso tra gli exempla in tutta Europa e molto rappresentato in pittura, con cui volle dimostrare ai suoi militari che la perseveranza e la strategia possono vincere la forza della violenza.
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