Poggio Bustone

A cura di Ileana Tozzi
Trebula Mutuesca, dove la storia continua a parlare: tra nuove scoperte e memoria antica

Il paese di Poggio Bustone si affaccia a mezza costa, ad oltre 750 m. di altitudine sopra al livello del mare, sul fianco del monte Rosato, contrafforte estremo del massiccio del Terminillo che circoscrive a settentrione la piana reatina che fu in tempi remoti l’ampio fondale del lacus Velinus bonificato sotto il consolato di Manio Curio Dentato con l’ampliamento della cascata naturale delle Marmore. Il toponimo del castrum e del podium compare per la prima volta nel 1117 nell’atto di donazione rivolto da Berardo Berardi, signore del luogo, all’Abbazia di Farfa. I due termini del documento suggeriscono l’immagine di un villaggio fortificato affacciato come un balcone sulla pianura paludosa in larga parte occupata dallo specchio del lago che i Cistercensi di San Matteo de Monticulo agli inizi del secolo successivo avrebbero pazientemente drenato e coltivato.

Trebula Mutuesca, dove la storia continua a parlare: tra nuove scoperte e memoria antica

I Benedettini di Farfa avrebbero tenuto per poco tempo il castrum nomine Baxtonem o Podium Bastonis tra i loro possedimenti, cedendolo ben presto al dominio normanno a causa della sua posizione ai confini estremi del Patrimonio di San Pietro. Dopo il 1198, Poggio Bustone seguì le sorti della vicina città di Rieti distante poco più di una dozzina di miglia. Il radicale mutamento dell’assetto politico-amministrativo non cambiò però la condizione di terra di confine, esposta al rischio ed alle insidie dei nemici. Neppure l’arbitrato condotto durante il mese di maggio 1466 dal cardinale Angelo di Gerusalemme, legato della Santa Sede a Rieti, al fine di regolare le convenzioni del trattato di pace tra i comuni di Rieti e di Cittaducale, ratificato dai notai di autorità imperiale Ercolano de Mansuetis di Perugia, Domenico de Oddonibs di Roma e Paolo de Pusanis di Capranica, sarebbe valso a definire in maniera duratura i confini tra Poggio Bustone e Cantalice. I contrasti con la vicina Cantalice, caposaldo del Giustizierato d’Abruzzo, insanguinarono il tramonto dell’età medievale con una serie continua di scaramucce e agguati. Per questa condizione di perenne conflittualità, che rendeva l’indole degli abitanti inevitabilmente sospettosa e schiva, suscitò sorpresa il festevole saluto rivolto ai pojani all’alba di un giorno di primo autunno dell’anno 1208 quando uno sparuto gruppetto di frati si presentò alla porta meridionale del paese capeggiato da un uomo smilzo, dai capelli scuri e lo sguardo acuto dicendo a chiunque incontrasse “Buongiorno, buona gente! Entri da voi la misericordia di Dio”. Per la prima volta Francesco d’Assisi raggiungeva la valle reatina. Era approdato al porticciolo di Terria, dove attraccava il traghetto che raccoglieva i pochi viaggiatori a Piediluco insieme con i compagni Bernardo da Quintavalle, Egidio, Pietro Cattani, Morice, Masseo e Giovanni della Cappella. Al ritorno dai pascoli e dai campi, gli uomini accolsero di buon grado i sette pellegrini che rifocillati ripresero il cammino alla volta della città che al tempo di frequente ospitava la curia itinerante di papa Innocenzo III. Francesco aveva attribuito a sé stesso il compito di intraprendere la sua missione nella valle reatina quando, secondo la testimonianza della Vita Prima di Tommaso da Celano, aveva stabilito di inviare i suoi compagni due a due nel mondo, a predicare il Vangelo e contribuire così alla moralizzazione della società del tempo. La breve permanenza dei monaci benedettini nel territorio di Poggio Bustone aveva lasciato traccia sensibile negli edifici di Santa Maria in Conserrano nominata come monastero Santa Maria de Consonantii nelle bolle pontificie di Anastasio IV nel 1153 e di Lucio III nel 1182. Nel 1209 San Francesco chiese ed ottenne di utilizzare l’eremo di Sant’Angelo de Griptis, ad oltre 1000 metri di altitudine. Tommaso da Celano nella Vita Secunda, seguito dal Provinciale Vetustissimus di frate Paolino da Venezia e dagli elenchi di Bartolomeo Pisano, narra che l’Angelo si mostrò a San Francesco nelle sembianze di un fanciullo, che gli annunciò la remissione dei peccati commessi durante la sua giovinezza, facendo esperienza della misericordia di Dio. Il luogo nella miracolosa apparizione è il Sacro Speco, la grotta delle rivelazioni che fu il suo primo rifugio annidato sulla parete rocciosa del monte Rosato, che nel corso dei secoli è stato costante meta di pellegrinaggio da parte di tante generazioni di fedeli. Già nel 1235, dopo neppure un decennio dalla morte di Francesco canonizzato da papa Gregorio IX nel 1228 i frati intrapresero la costruzione della chiesa e del convento di San Giacomo, che nel 1336 compare con il toponimo di Podii Bastonis tra le sedi dei Minori della Custodia Reatina, come attesta Lucas Wadding negli Annales Minorum seu Trium Ordinum a S. Francisco institutorum.

Trebula Mutuesca, dove la storia continua a parlare: tra nuove scoperte e memoria antica

La Vita Prima e la Vita secunda di Tommaso da Celano racconta la straordinaria apparizione dell’Angelo nelle sembianze di un fanciullo, che rassicurò Francesco riguardo alla misericordia divina e lo incoraggiò a proseguire nella sua missione salvifica. Durante il XVII secolo il sentiero ripido e scosceso che collega il Sacro speco al Santuario inferiore fu dotato di una gradinata e intercalato da sei cappellette dedicate alla memoria di alcuni tra gli episodi salienti della vita di San Francesco. Secondo il gusto barocco, le cappelle furono allestite utilizzando alcuni massi che la devozione popolare interpretava come reliquie su cui era rimasta impressa la forma del corpo di San Francesco, insieme con oggetti che per contatto avevano assunto un valore particolare. Nella prima cappella fu collocata la pietra su cui si sciolse il breviario che San Francesco cessò di leggere per cercare riparo da un temporale, nella seconda la pietra su cui sarebbe visibile il segno del cappuccio, nella terza l’impronta del gomito del Santo, nella quarta il segno tangibile dello zoccolo del demonio tentatore, nella quinta il segno del piede di San Francesco, nella sesta infine l’impronta lasciata dall’Angelo che annunciò a Francesco la remissione dei peccati. Nel corso dei secoli intercorsi dalla stagione delle origini, l’antica chiesa di San Giacomo ha inevitabilmente subito numerose trasformazioni, sia per l’esigenza di accogliere un numero crescente di religiosi e di pellegrini e di adeguare liturgicamente l’aula in ossequio alle disposizioni conciliari, sia per l’esigenza di provvedere ad interventi di consolidamento resi indifferibili per effetto dei ricorrenti terremoti nel cosiddetto distretto sismico del Velino secondo la definizione del sismologo Mario Baratta. Della primitiva struttura resta memoria negli archi traversi di sostegno della volta della navata unica, a cui già nel XVII secolo si aggiunse il coro a base quadrangolare voltato a crociera.

Trebula Mutuesca, dove la storia continua a parlare: tra nuove scoperte e memoria antica

Dal piccolo chiostro a pianta rettangolare che circoscrive il rustico pozzo di pietra si raggiungono i tre distinti corpi del Romitorio antico, del convento e della chiesa. Le lunette secentesche offrono lo spazio per la narrazione delle Storie di San Francesco secondo i moduli tipici della bottega di Vincenzo Manenti. Benché le fonti documentarie tacciano riguardo all’identità degli autori del ciclo pittorico, i caratteri stilistici ne consentono l’attribuzione al regesto manentiano per l’impaginazione delle singole storie all’interno di una cornice di colore ocra che segue il profilo della superficie parietale a sesto ribassato su una base che reca al centro l’insegna dell’Ordine dei Frati Minori o l’arme del committente, così da attribuire alla singola immagine un’ eloquente valenza votiva. Anche le rustiche cappelline in pietra che dalla metà del XVII secolo scandiscono l’aspro sentiero verso il Sacro Speco, offrendo al pellegrino l’occasione per una pausa di ristoro e di meditazione, furono decorate all’origine nella parete di fondo, in cui erano ricavate delle nicchie o delle lunette di forma irregolare in cui era illustrato ogni singolo episodio di cui facevano memoria le pietre con le impronte del Santo, dell’angelo e del demonio che invano lo aveva tentato affinché abbandonasse la sua missione di fede e di pace. Gli affreschi erano impaginati entro un’ampia fascia color ocra, simile alle cornici delle lunette del chiostro, accompagnati da ordinate didascalie che, ricorrendo ad un carattere capitale maiuscolo, rendevano più agevole il percorso di catechesi che si sarebbe compiuto ai piedi della croce inastata sulla roccia, con gli strumenti della Passione allineati lungo il patibolo.

Altri contenuti da San Francesco, Valle Santa, i Cammini di San Francesco
Partecipa al primo raduno di Amici di Rieti! Scopri di più