fig. 1 – Il Vettore e la Sibilla nel disegno di De La Sale, 1420
La figura della Sibilla Appenninica rappresenta uno dei casi più significativi di elaborazione profetica extra-canonica nell’Italia centro-appenninica tra tardo Medioevo ed età moderna. Assente dai cataloghi classici delle dieci Sibille tramandate da Varrone, Lattanzio e Sant’Agostino, la Sibilla Appenninica emerge nella documentazione scritta tra il XV e il XVII secolo come protagonista di una tradizione orale e letteraria radicata nei Monti Sibillini, tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. La prima fissazione letteraria della leggenda si deve ad Andrea da Barberino, che nel Guerin Meschino (1410), colloca l’incontro del protagonista con la regina Sibilla in una grotta dei monti di Norcia. Pochi anni dopo, Antoine de la Sale nel Paradis de la Reine Sibylle (1420) offre una descrizione dettagliata del viaggio al monte della Sibilla, consolidando l’immagine di una figura profetica che vive in una corte sotterranea e accoglie pellegrini e avventurieri.
fig. 2 – La Sibilla Appenninica da Il Paradiso della Regina Sibilla di De La Sale, ed. Millefiori, 1963
La tradizione popolare di Norcia identifica la Sibilla con la Cumana di Virgilio, che diede i responsi a Enea quando andò nell’ inferno, ritenendo che, dopo aver rifiutato Apollo, ella si fosse ritirata nei Sibillini per attendere il Giudizio Universale. Questa identificazione, pur priva di fondamento nelle fonti antiche, ebbe una straordinaria diffusione locale e fu alimentata dai racconti dei pellegrini e dai predicatori itineranti. Prende spessore di ufficialità con Leandro Alberti che la citò nella sua “Descrittione di tutta Italia” (1550). La fortuna della Sibilla Appenninica si scontra tuttavia con l’ostilità delle autorità ecclesiastiche e civili. Tra il 1400 e il 1700 il culto fu ripetutamente condannato come superstizione e veicolo di pratiche magiche e negromantiche. L’area del lago di Pilato, legata alla leggenda del corpo del procuratore romano trasportato da bufali fino ai Sibillini, fu oggetto di divieti e sanzioni. Le delibere comunali di Norcia e i processi inquisitoriali testimoniano il tentativo di sradicare una devozione considerata pericolosa per l’ortodossia. Nonostante ciò, la memoria della Sibilla sopravvisse nella toponomastica, nel folklore e nelle pratiche di pellegrinaggio popolare.
fig. 3 – Sibilla Tiburtina del Maestro di Borgiallo, Chiesa di San Giorgio a Valperga
Mommsen pose fine alla leggenda della identificazione con la Cumana scrivendo che “La Sibilla Cumana è una favola dei monaci del XV secolo, in realtà si venerava la dea sabina Vacuna, che poi prese il nome di Sibilla” (Die Sybille von Norcia in Hermes 1852). Studi recenti hanno ricondotto la genesi della Sibilla Appenninica a un processo di sincretismo religioso avvenuto tra il VI e l’VIII secolo, in concomitanza con il ripiegamento delle popolazioni Sabine sui monti dell’Appennino centrale. Secondo Vincenzo di Flavio in “Le Fate degli Appennini”, 2019 (postumo), i culti della dea sabina Vacuna e della Sibilla Tiburtina confluirono in un’unica figura femminile profetica adattata al nuovo contesto montano. Vacuna era una divinità sabina legata al riposo, alla quiete e alla fine dei lavori agricoli. Un suo santuario sorgeva nei pressi della villa d’Orazio a Licenza, circa 20 km da Tivoli. Lo stesso Orazio, nelle Epistole, dichiara di scrivere all’amico Fusco “presso il tempio diroccato di Vacuna”, pur senza menzionare la Sibilla Tiburtina. La Sibilla Tiburtina, detta anche Albunea, è invece una delle dieci sibille canoniche descritte da Varrone: “La decima è la Tiburtina, di nome Albunea, venerata come dea a Tivoli presso le rive dell’Aniene”.
fig. 4 – Sibilla Tiburtina di Francesco Trabellese, 1574, affresco nel Palazzo del Comune di Tivoli
La tradizione la vuole profetessa a Tivoli presso il lago Albuneo, e protagonista dell’episodio leggendario in cui mostra all’imperatore Augusto la visione della Vergine col Bambino, preannunciando la venuta di Cristo. Ovidio nelle Metamorfosi la ricorda come la ninfa Albunea, divinizzata per le sue capacità divinatorie.
fig. 5 – Sibilla Cumana del Domenichino, 1617, Galleria Borghese
Il passaggio del culto di Vacuna e della Sibilla Appenninica sarebbe stato favorito dalla continuità simbolica e territoriale. Il picchio, uccello sacro ai Sabini e ai Piceni, funge da elemento di raccordo: guida il ver sacrum sabino verso la fondazione di Ascoli, annuncia la presenza della Sibilla e nella tradizione cristiana si trasforma nella colomba di Sant’Emidio, protettore dai terremoti e Patrono di Ascoli. Il valore identitario del picchio è dimostrato dal fatto di essere simbolo delle Marche nello stemma della regione. Di Flavio definisce questo processo il “picchio di Vacuna convertito”. La persistenza di questa memoria culturale è testimoniata anche in età contemporanea. La mostra “Sibille voci oltre il tempo, oltre la pietra”, tenutasi a Palazzo Farnese di Piacenza, conclusasi questo maggio, ha presentato la Sibilla Cumana del Domenichino, proveniente dalla Galleria Borghese di Roma, con la compresenza delle Sibille del Guercino nella Cattedrale Piacentina, in un “dialogo serrato” con la contemporaneità rappresentata da “Le Sibille di Christian Zucconi” artista che attualizzato il mito con nuove Sibille (del mattino, della sera, del ramo d’oro che si ispira alla discesa agli inferi dell’Enea virgiliano).
Un’installazione sonora nominata “Versi sibillini” termina con il vento notturno che “simbolicamente spariglia le foglie – proprio quelle sulle quali, nella tradizione, la Sibilla scrive i propri vaticini”. Si vuole dimostrare “la vitalità e la risonanza del mito sibillino come archetipo profetico universale che risuona attraverso i secoli”. L’esposizione ha evidenziato il ruolo delle Sibille come figure di mediazione tra mondo pagano e cristiano nell’arte rinascimentale e barocca. Nel 2024 è stato inaugurato il “Cammino della Sibilla” (vedi sito), che già ha contato numerosi partecipanti ed è un itinerario di circa 90 km in sei tappe che da piazza San Rufo a Rieti, ombelico d’Italia, attraversa alcuni dei luoghi legati alla tradizione: la Valle del Turano dove oracolava il famoso Picchio, Licenza con i resti della villa d’Orazio e del tempio di Vacuna, la Valle dell’Aniene, fino al Tempio della Sibilla a Tivoli.
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