La beata colomba da Rieti e la riforma di fine quattrocento
A cura di Ileana Tozzi

Volta Alfani

Colomba da Rieti è giustamente annoverata dalla più recente ricerca storica fra le seguaci del modello cateriniano che hanno contribuito durante la prima età moderna al progetto di riforma della vita religiosa femminile nell’ambito del Terz’Ordine della Penitenza di San Domenico.

La sua vita terrena, breve ed intensa, s’intreccia significativamente con le vicende del monastero delle domenicane di Sant’Agnese e, prima ancora, con le frequentatrici della «casa santa» aperta nei pressi del convento dei Padri Predicatori

Nata nell’avita dimora di via della Collina il 2 febbraio 1467, festività della Candelora in cui tradizionalmente si rinnovano i voti di vita consacrata, Colomba è figlia di Angelo Antonio, un agiato mercante di pannilana che ha sposato in seconde nozze una fanciulla, Vanna Guadagnoli, appartenente ad una famiglia borghese i cui esponenti s’impegnano alacremente nella scalata al potere economico e politico nella città di Rieti, ai confini fra il Patrimonio di San Pietro ed il Regno di Napoli. La giovane madre, del tutto ignara delle fatiche e dei rituali che accompagnano il parto, si affida docilmente alle cure della levatrice e delle vicine, accorse a darle assistenza, senza dubitare della loro perizia persino quando, irresistibilmente attratte dalla visione di un carro che trasporta una statua di cera, sorretta da tre giovani, belli come angeli, le donne abbandonano la neonata in terra senza neppure coprirla di un panno, nella fredda giornata d’inverno alle falde dell’Appennino. E’ questo il primo, straordinario evento che segna l’infanzia di Colomba, il cui stesso nome è indizio di un destino che si svolgerà secondo i disegni imperscrutabili di una volontà superiore. Il padre, infatti, intendeva attribuire alla neonata il nome di Angela, ma al fonte battesimale una bianca colomba volò su di lei fra lo stupore degli astanti finché «posata supra el capo li mise el beccucio et bocca», secondo la Legenda Volgare composta da frate Sebastiano Angeli O.P. che fu suo confessore a Perugia alla fine del Quattrocento.

Tutti vollero allora chiamarla Colomba, e ci fu chi argomentò sagacemente che le colombe sono «sença fele», leggendo un ulteriore buon augurio nell’eccezionalità della circostanza.

L’infanzia trascorse serena, nell’operosa dimora del mercante reatino: la bambina cresceva, sana ed ubbidiente, pronta a corrispondere ai buoni insegnamenti della madre, affettuosa con i fratellini che condivisero con lei i giochi e le preghiere, l’apprendistato all’attività di filatura e tessitura e le pratiche di penitenza sperimentate sotto l’assidua guida dei frati di San Domenico.

Ma presto l’armoniosa e quieta vita familiare sarebbe stata messa a dura prova dalla divergenza irriducibile delle aspirazioni coltivate in ordine al futuro di Colomba. Il padre, infatti, desideroso di stabilire utili relazioni di parentela con l’aristocrazia locale, vagheggiava per lei un ricco e prestigioso matrimonio. La giovanetta, dal canto suo, aveva già da tempo sperimentato la sua precocissima vocazione alla vita religiosa. Giorni duri e difficili misero alla prova i buoni sentimenti dei genitori non meno che della fanciulla, fatta segno a pressioni, critiche, perfino a delle vere e proprie aggressioni che avevano come mandante il fratellasto, colui che più di ogni altro avrebbe tratto vantaggio dall’eventualità delle sue nozze con un giovane nobile, aggirando in virtù della parentela così acquisita gli ostacoli che impedivano ad un borghese, benché benestante, l’accesso alle cariche pubbliche. Il tenace rifiuto del matrimonio si svolse secondo uno schema topico nella narrazione agiografica che si era sviluppata a partire dalle passiones delle martiri paleocristiane fino alla letteratura devozionale dell’età tridentina: la dodicenne Colomba si recise le trecce, tentando di sottrarsi all’autorità paterna cercando invano rifugio presso il vicino monastero delle Benedettine di Santa Scolastica. La radicale rinuncia alle nozze terrene avrebbe trovato in breve tempo una plausibile, rassegnata ragione: il giovane pretendente morì  perdonando Colomba ed i suoi familiari per l’offesa subita. In breve, i rancori ed i risentimenti si placarono. Unico a mantenere un atteggiamento ostrile nei confronti della giovanetta fu il fratellastro, il figlio delle prime nozze di Angelo Antonio, che vedeva così vanificarsi il suo ambizioso progetto di affermazione nella vita pubblica cittadina. La Legenda del biografo perugino padre Sebastiano Angeli, suffragata a Rieti dalla tradizione iconografica che nel chiostro nuovo del complesso conventuale di San Domenico raffigura la scena evocando uno dei massimi capolavori di Raffaello. 

Il frescante reatino, probabilmente Giulio Bianchi da Monte San Giovanni in Sabina, descrisse con singolare perizia la scena che, agitata e convulsa, si svolge sul sagrato della chiesa di San Domenico: la giovane Colomba esce dalla basilica e viene aggredita da due scherani. In particolare, il personaggio di sinistra viene raffigurato secondo lo schema ormai consolidato proprio del poderoso angelo che, simile ad un pagano Genio della morte, sostiene il cadavere del Cristo spiccato dalla croce nella pala Baglioni voluta da Atalanta per commemorare la morte del figlio Grifonetto, fra i mandanti delle «nozze di sangue» dell’estate del 1500, preconizzate ma purtroppo non impedite dalla Beata Colomba.

In realtà, la giovanetta visse i suoi anni di adolescente pressoché segregata in casa, dove attendeva alle sue incombenze domestiche ed alle attività di filatura e tessitura, finchè non riuscì ad ottenere dal padre l’assenso alla pronuncia dei voti

Colomba da Rieti vestì l’abito dell’Ordine nella solennità religiosa della domenica delle Palme 1999, a diciotto anni di età. 

Dopo un primo pellegrinaggio alla volta del Santuario Domenicano della Madonna della Quercia, presso Viterbo, conclusosi con numerosi episodi che i presenti non esitarono a descrivere come miracolosi, durante l’estate del 1487 Colomba abbandonò la famiglia, la casa natale, la comunità domenicana reatina per raggiungere il 17 settembre la città di Perugia dopo un lungo, travagliato viaggio a piedi attraverso le vallate umbre solcate dal Velino, dal Nera, dal Tevere. La città umbra contesa violentemente dalle opposte fazioni dei Baglioni e degli Oddi sarebbe stata d’ora in avanti il campo privilegiato delle sue azioni, sempre volte alla moralizzazione della società civile, tanto nell’ambito intimo e delicato della vita privata, quanto in quello ben più visibile ed accessibile della vita pubblica.

L’eco delle sante imprese compiute dalla giovane monaca reatina produsse un benefico effetto di imitazione per tutta una generazione di donne di alta spiritualità che trassero dal suo esempio forza ed ispirazione. In particolare, la beata Colomba ebbe il merito indubbio di dare seguito all’intuizione di organizzare in forma cenobitica la vivace e vitale pratica di vita religiosa che fino ad allora aveva caratterizzato il Terz’Ordine. 

Si trattava di una esperienza innovativa, intesa a riproporre il modello apostolico cateriniano adattandolo alle esigenze ed alle problematiche della prima età moderna: in qualche misura, l’esperienza di vita comunitaria proposta da Colomba da Rieti s’inserisce nel solco della pre-riforma, così come viene intesa negli ambiti più rigoristi dell’Ordine Domenicano.

Il modello della «vita collegiale de sancta Caterina senese, la quale è fondata nella Regola della Penitentia de Sancto Domenico, agiontoce el rito de li collegii de Toscana, la quale denominò vita apostolica» venne a riproporsi anche nella comunità reatina ricostituitasi proprio presso la casa natale della beata Colomba, dove la riforma del monastero ebbe due diverse, contingenti fasi, l’una immediatamente precedente all’eccidio dell’estatae 1494, l’altra implicitamernte conseguente ad esso. Pertanto, la beata Colomba può a pieno titolo considerarsi ispiratrice della ricostituzione del monastero di Sant’Agnese: le religiose che una generazione dopo l’altra vi hanno trascorso la loro vita nella preghiera e nella contemplazione sono state devote custodi delle memorie e delle reliquie da lei lasciate, ma soprattutto si sono impegnate nell’adesione convinta ai suoi ideali di alta spiritualità.

Cappella S. Agnese

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