La comunità delle Domenicane di Sant’Agnese a Rieti, che nel 2036 celebrerà gli otto secoli di vita, ha attraversato dolorose vicissitudini ed ha superato drammatici eventi, ha per due volte costruito quasi dalle fondamenta la propria dimora, ha preso parte attiva alla riforma della vita religiosa: le sue cronache costituiscono un osservatorio privilegiato dal quale è possibile comprendere fatti e fenomeni che vi si riflettono da parte della società civile, nei lunghi secoli segnati nel territorio reatino dal lento tramonto del medioevo fino agli albori dell’età moderna e contemporanea.
Secondo una consolidata tradizione nel 1236 donna Isabella da Rieti chiese ed ottenne da papa Gregorio IX l’autorizzazione necessaria per procedere alla fondazione di due monasteri gemelli, l’uno di clarisse, l’altro di domenicane.
Risale invece al 1252 l’atto notarile con il quale Risabella Veglianoctis figlia di Teodino e moglie di Giovanni Impernanti dotava la comunità doppia di Santa Lucia e Sant’Agnese: Clarisse e Domenicane condussero a lungo una esperienza di vita religiosa extra moenia, ai margini della città a cui assicuravano tutela attraverso l’assiduità della contemplazione e della preghiera: questa singolare pratica, assai diffusa nelle città di antico regime nell’Italia centrale, ribadita ancora a fine Quattrocento dalla riforma savonaroliana, tendeva a marcare le zone di espansione degli insediamenti attraverso l’erezione di luoghi sacri nei quali si svolgevano pratiche di pietà utili ad impetrare grazia e protezione per la collettività.
Benché già Bonifacio VIII con la bolla Periculoso avesse raccomandato la clausura e messo in guardia contro i rischi a cui le comunità religiose femminili erano esposte, nei complessi monastici extraurbani isolati nelle campagne, la situazione rimase tollerata e sostanzialmente invariata fino ai più rigidi decreti imposti nel 1563 dal Concilio di Trento.
Le vicende storiche del monastero domenicano di Sant’Agnese in Fondiano possono essere assunte a testimonianza dell’asprezza dei tempi e dell’esigenza di assicurare alle claustrali, protagoniste della tutela spirituale della città, una maggiore tutela materiale.
Fin dalla metà del XIII secolo, le religiose Domenicane si erano stabilite ad occidente della città, presso l’antica Fons Jani: presso il monastero di Fondiano, isolato nell’amena campagna irrigata dal Velino, fu eretta la chiesa annessa al complesso monastico, dotata nel 1334 da Jacopo Savelli e Teobaldo di Sant’Eustachio.
Secondo le fonti documentarie dell’archivio storico del monastero, la costruzione era solida e armoniosa, abbellita dal portale poi trasferito alla sede intra moenia dopo i tragici eventi che nell’estate del 1494 misero a repentaglio la vita stessa della comunità religiosa.
L’incendio appiccato da una banda di fuoriusciti spoletini, che devastarono l’agro reatino, provocò allora la distruzione del complesso monastico e la morte di diciassette religiose, che invano cercarono rifugio salendo nel campanile.
Scamparono alla strage solo otto monache poiché, non essendo al tempo vincolate dalla clausura, sei di loro erano in città a far la questua, due erano impegnate ad assistere un’ammalata.
A costoro spettò l’arduo compito di ricostituire la comunità: accolte provvisoriamente presso la «casa santa» del Terz’Ordine della Penitenza di San Domenico nei pressi del convento dell’Ordine dei Predicatori, trovarono benevola, definitiva ospitalità grazie al generoso intervento di Vanna Guadagnoli, che consentì alla comunità dispersa e falcidiata di ricostituirsi intra moenia, presso la casa natale della correligionaria suor Colomba, destinata alla gloria degli altari, che da pochi anni a Perugia aveva dato vita ad un monastero del Terz’Ordine retto da una originale regola di vita comune.
La lenta opera della ricostruzione materiale e spirituale impegnò a lungo le religiose, che affrontarono con dedizione il gravoso incarico trasformando gradualmente la dimora di un agiato mercante di pannilana in un luogo di penitenza e di preghiera.
Durante tre secoli, dunque, la vita potè tornare a trascorrere nel nuovo monastero quietamente ordinata dalla Regola, scandita dalle ore canoniche.
Sul finire del XVIII secolo, la quiete delle Domenicane di Sant’Agnese fu turbata dall’incalzare degli eventi: scampate nel 1799 all’espulsione decretata dal governo della Repubblica Romana, le monache subirono danni economicamente rilevanti durante la dominazione francese.
Dopo il 1814, la restaurazione comportò una breve stagione di stallo, benché i beni materiali espropriati non fossero reintegrati alla comunità religiosa.
Con l’annessione della città di Rieti al Regno d’Italia, per effetto delle leggi Siccardi del 1866 le religiose furono costrette a acquistare lo stabile in cui ormai da quattro secoli risiedevano per poterne mantenere la proprietà e l’uso.
Ad onta di ogni difficoltà materiale, affrontando con la forza confidente della preghiera ogni disagio, ancora oggi le Domenicane di Sant’Agnese a Rieti come le vergini sagge dei Vangeli mantengono viva presso il loro monastero la fiaccola della fede.
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