Segue nella Legenda Perusina (1572, 25) l’episodio del miracolo della vigna, di poco
successivo al primo: bisognoso di cure, dopo aver rifiutato la generosa ospitalità di papa Onorio III, Francesco fu accolto da un povero prete che aveva in cura la chiesa di San Fabiano non lontano dalla città.
Proprio a causa della scarsa distanza, erano molti ogni giorno a recarsi a trovarlo e, mentre
aspettavano di essere ricevuti, spiluccavano i grappoli d’uva della piccola vigna del prete, fin
quasi a spogliarla. Quando Francesco comprese il legittimo malcontento del prete, lo incoraggiò a confidare nella grazia di Dio che lo avrebbe ricompensato della sua pazienza.
Normalmente, la vigna produceva fino a tredici some di vino, giusto quanto era sufficiente al
fabbisogno della chiesa. Quell’anno, nonostante il danno ricevuto dagli indiscreti visitatori, la
vigna produsse non meno di venti some: il prete e tutti coloro che conobbero i fatti non
esitarono a gridare al miracolo.
Gli autori della Legenda trassero spunto dall’episodio del miracolo dell’uva per ammonire i
lettori: quando San Francesco si pronunciava sui fatti venturi, sempre questi si manifestavano
secondo quanto predetto.
Nel corso del Novecento il miracolo dell’uva fu oggetto di una disputa lunga e serrata, a tratti
veemente, che ebbe come protagonisti il francescano monsignor Arduino Terzi e il sindaco
Angelo Sacchetti Sassetti, che negli anni Venti era stato autore di accurate ricerche
documentarie confluite nella pubblicazione degli Anecdota Franciscana Reatina.
Benché entrambi gli illustri studiosi riconoscessero l’autenticità dell’episodio narrato dalla
Perusina, dalla Compilatio Assisiensis e dalla Legenda Trium Sociorum, monsignor Terzi sulla
scorta degli scavi effettuati dal confratello p. Goffredo Ligori indicava il luogo del miracolo
presso il convento di Santa Maria della Foresta, a due miglia da Rieti, mentre il professor
Sacchetti Sassetti individuava la chiesa di San Fabiano prope Reate, a poche centinaia di passi
da Porta Aringo, ai piedi del colle di Campomoro.
La polemica – in verità piuttosto sterile – fu riaccesa negli anni ’80 del secolo scorso dallo
stesso p. Ligori che nel 1947 aveva spicconato l’intonaco della chiesetta di Santa Maria della
Foresta riportando alla luce le più antiche decorazioni pittoriche del catino absidale,
erroneamente datate all’anno mille.
P. Ligori contestava a sua volta l’analisi condotta da Vincenzo Di Flavio nel saggio Condizioni di vita di un convento reatino nel sec. XVI[1] in cui ribadiva le tesi di Angelo Sacchetti Sassetti in ordine alla località del miracolo della vigna e riconduceva la fondazione di Santa Maria della
Foresta agli inizi del XIV secolo.
[1] In Archivio della Società Romana di Storia Patria, 106 (1983).
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