Così il primo di questi episodi narrati dalla Legenda Perusina (1571, 24) descrive una notte di
sofferenza e di angoscia trascorsa in casa di Tebaldo Saraceno al tempo dell’infermità.
Siamo dunque nell’estate del 1223, quando il Santo frequentava ormai il territorio reatino da più di un decennio.
Afflitto dai dolori, affaticato per il caldo afoso che gli impediva di riposare, Francesco chiese
invano ad un confratello il conforto del suono della cetra.
Il frate si schermiva, timoroso di essere biasimato dagli amici di un tempo.
Francesco rinunciò e si dispose a sopportare pazientemente i disagi di una lunga notte. Ma la
notte successiva, nonostante il coprifuoco imposto in quel tempo dal Podestà, il suono
dolcissimo di una cetra si diffuse nell’aria durando vibrante per un intero turno di veglia.
Francesco comprese bene di essere di fronte ad un autentico miracolo, ne ricevette grande
consolazione e trascorse la notte in preghiera per rendere a Dio le sue grazie.
Al mattino, chiamò a sé, senza ammonirlo, il confratello che aveva rifiutato di suonare per lui,
preoccupato per i pregiudizi altrui: fu questo il suo più.
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