Nello scorso settembre sul sito Amici di Rieti, con il titolo “Quinto Sertorio Sabino da Norcia portò Roma in Spagna”, ho ricordato la figura pressoché dimenticata di Quinto Sertorio (123-72 a.C). Osservavo che lo storico Mommsen, premio Nobel nel 1902, definì Sertorio “uno dei più grandi uomini, se non il più grande in assoluto, che Roma aveva generato fino allora ..”(Storia di Roma, III, Berlin 1854-56).
Rimanendo in ambito sabino, ne accenna lo Sperandio in “Sabina Sacra e Profana”, Roma, Zempel MDCCXC: “Sabinesi riputare si debbono le nobilissime consolari famiglie Sertorio di Norcia da cui l’anno 666 di Roma fu quel Sertorio di Norcia conquistatore delle Spagne, e perciò chiamato il monarca di quelle contrade”.
Il Guattani, nel tomo II dei III volumi “Monumenti Sabini”, Roma 1828, nel capitolo dedicato a Norcia, “Nursia Sabinorum civitas”, affermava che “potrà dirsi con ragione che difficilmente nella storia si troveranno due uomini nel loro genere così rari e perfetti come i due Sabini Numa e Sertorio; quello in politica, questi nelle armi, sebbene fortunato il primo, disgraziato il secondo” per l’indegna fine cui andò incontro Sertorio, assassinato in un banchetto a seguito di una congiura ordita da un amico invidioso e ambizioso. Sertorio ebbe grande fama per le imprese guerresche e per quanto conquistato e gestito nella penisola iberica, come rimarcato nel precedente articolo citato.
Perché tornare sull’argomento? Sembrerebbe una casualità, ma l’Accademia dei Lincei il 30 e il 31 ottobre 2025 ha tenuto un Convegno Internazionale nel V Centenario della nascita di Luis de Camoes (1524/25-1580), il più grande poeta della tradizione letteraria portoghese, paragonato a Omero, Cervantes, Dante e Shakespeare, ed il cui lavoro più noto è il poema epico “I Lusiadi” (1572). Ebbene, in detta opera considerò Sertorio eroe nazionale: “Questi che presso siegue eroe straniero/ E’ Sertorio di sdegno ancor dipinto;/Ricovra esul da Roma in seno a noi,/Ed accende ogni cuor de’ torti suoi”. (Pessimi i rapporti con Roma). Il poeta, epicamente, lo veste lusitano: “Cinto di portoghese asta e lorica (corazza in cuoio)” e non poteva mancare: “Questa che seco va fida cervetta,/sua consigliera la credé l’antica/Etate, ed ei par che l’ascolte e spire/Seco la grand’ impresa e il bell’ardire”.
Anche della bellissima cerva bianca, suo tramite con la dea Diana, abbiamo in precedenza accennato, con un paragone “sistemico” con Numa Pompilio e la sua Ninfa Egeria, in entrambi i casi ponendosi come facilitatrici dell’accettazione delle decisioni ritenute da loro ispirate.
E, come già pure ricordato, anche per Corneille, nella sua tragedia “Sertorius”, 1662, i Lusitani, sotto la guida di Sertorio sono quasi diventati veri romani. Dai contatti avuti partecipando al convegno con gli organizzatori e vari accademici è risultato un vivo interesse al ricordo di Quinto Sertorio e al suo contributo culturale consegnatoci dalla storia e sancito da Camoes nel suo capolavoro epico, con la manifestazione della disponibilità ad effettuare anche approfondimenti successivi; le celebrazioni relative a Camoes proseguiranno per tutto il 2026.
Potrebbe essere considerabile, nell’ambito delle iniziative di valorizzazione della memoria sabina, un qualche ricordo risarcitorio della figura di Sertorio? Magari, riecheggiando il Guattani, con altrettanta attenzione per Numa Pompilio, pure ignorato nello stradario reatino. Entrambi, peraltro, sono ricordati invece a Roma. Storicamente e adeguatamente locata piazza Numa Pompilio, inaugurata alla presenza del Sindaco Prospero Colonna nel 1917, con la passeggiata Archeologica, area dove si riteneva incontrasse la ninfa Egeria, valle delle Camene.
Mentre via Sertorio congiunge viale Spartaco con via Quintilio Varo, anche lui andato incontro ad una tragica fine. A lui Augusto, a seguito della disastrosa battaglia di Teutoburgo, avrebbe rivolto la celebre frase “redde mihi legiones meas”. Sertorio, comunque, nella natia Norcia gode dell’intitolazione del corso principale, vanto della città.
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