La rappresentazione del Presepe di Greccio nell’immaginario di Piero Casentini Una tela per la chiesa parrocchiale di Limiti di Greccio
A cura di Ileana Tozzi

Agli inizi del XXI secolo, spenti i riflettori che durante l’anno 2000 avevano illuminato le giornate memorabili del Grande Giubileo, padre Giulio Calcagna OFM parroco della comunità di Limiti di Greccio si rivolse a Piero Casentini affinché realizzasse l’allestimento del presbiterio della chiesa intitolata alla Madonna di Loreto.

L’abitato di Limiti di Greccio, ai piedi del monte Lacerone su cui Francesco d’Assisi volle ritirarsi con i confratelli a circa un miglio del castello di cui era feudatario Giovanni Velita, non è più l’agglomerato di case attraversato in una limpida giornata di aprile agli inizi del Novecento dal pellegrino Johannes Jǿrgensen sceso dal treno insieme con il parroco di Greccio, un vecchio prete dall’abito molto consunto per inerpicarsi da lì lungo un sentiero tagliato nella roccia che in un’ora appena di cammino condurrà al convento. 

Nella memoria dello scrittore danese convertito al cattolicesimo, che sarà a lungo presidente della Società Internazionale di Studi Francescani Limiti di Greccio non lascerà altro che una traccia sinestetica, il canto scandito e pausato che impone il ritmo alla vanga, alla falce, agli strumenti dei contadini e l’aroma, misto di note gradevoli e di olezzi pungenti, di stallatico e di spigo che merita l’elogio delle Laudes Italiæ.

 Proprio per impulso della strada ferrata che dal 1883 attraversa buona parte dell’Italia mediana dagli Abruzzi all’Umbria, da Sulmona a Terni da cui si dirama per mete più lontane, Limiti di Greccio si è sviluppato fino ad aggregare in una più comoda dislocazione la sede comunale, le scuole di base, le case degli abitanti che sciamano al mattino per raggiungere il lavoro troppo spesso lontano da paese.

Limiti di Greccio è documentato fin dal 1728 nella visita Pastorale condotta al tempo del vescovo Domenicano frate Antonino Serafino Camarda, che resse la Diocesi reatina dal 1724 al 1754.

C’era già, al tempo, una modesta cappella rurale intitolata alla Madonna di Loreto officiata dai frati alla domenica.

Ancora una volta è Jǿrgensen, seguito nel 1923 da Venanzio Varano della Vergiliana, ad informarci dell’assidua presenza dei contadini alla prima Messa celebrata in convento, ogni giorno.

Nell’ultimo quarto del XIX secolo la pietà popolare animò il buon intento del frate Alfonso Veronesi che s’impegnò a raccogliere i fondi necessari a dotare il borgo di Limiti di una chiesa nuova, adeguata al prevedibile sviluppo di Limiti di Greccio.

Nel 1880, la parrocchiale era ormai costruita: affacciata sul piccolo sagrato ritagliato ai margini della strada provinciale, adatta ad accogliere la popolazione del borgo,  la chiesa è semplice e ordinata nelle forme e nei volumi, decorosa nell’aspetto della facciata linda, ingentilita dal gioco delle profilature che impaginano il più antico portale in pietra recuperato dalla pieve più antica, sovrastato dalla nicchia con l’immagine della Madonna lauretana, illuminata dall’oculo sovraluce. 

Il tetto a spioventi culmina in una piccola croce.

Un’epigrafe in latino fa memoria di frate Alfonso che generosamente s’impegnò nella questua per dotare Limiti di Greccio della sua nuova chiesa al tempo delle soppressioni postunitarie, costretto dalla violenza dei tempi a vivere fuori dalla comunità conventuale.

Anche l’interno è lindo ed ordinato, impreziosito dalle opere realizzate nel 2004 da Piero Casentini, raffinato interprete della tradizione figurativa di impronta francescana secondo l’intuizione di Henry Thode che vide nell’esperienza di Francesco d’Assisi i germi fecondi del rinascimento.

I frutti di quella straordinaria semina maturano ancora, tanto antichi e sempre nuovi, per dirla ripetendo la felice espressione agostiniana, ed è proprio l’opera assidua di Piero Casentini a rivelarlo, nutrita nel solco della tradizione, rinnovata nelle tecniche e nei materiali, originale nella proposta di immagini raffinate, armoniose, dense di significato.

Accogliendo la richiesta di padre Giulio Calcagna, condivisa con monsignor Delio Lucarelli al tempo vescovo di Rieti, Piero Casentini realizzò tre dipinti per la chiesa parrocchiale di Limiti di Greccio: la Madonna di Loreto dell’altare, l’Annunciazione e il Presepio di Greccio per la pareti laterali del presbiterio.

Si tratta di tre tavole dipinte ad acrilico e tempera, dalle ragguardevoli dimensioni di cm 270 x 175 per la Madonna di Loreto, di cm. 175 x 270 rispettivamente per i due laterali sviluppati in orizzontale.

Chi entra in chiesa è attratto dalla maestosa icona mariana dell’altare su cui convergono le liee portanti dell’architettura, quasi incanalando gli sguardi dei fedeli in attesa che si svolga il rito della Messa: la Madonna è in trono, efficacissima sintesi figurativa che allude alla Santa Casa, felicissima metonimia per imagines che l’osservatore intuisce se solo coglie lo sforzo contenuto, la fatica da cui i sei angeli si ritemprano ora che possono ripiegare le loro grandi ali versicolori, finalmente giunti alla meta del loro lungo volo da Nazareth a Loreto.

Ogni elemento  è ben radicato nella Scrittura e nella tradizione, ricapitola secoli e secoli d’arte cristiana eppure si rinnova con indubbia efficacia.

Sul fondo dorato che s’addensa in basso nella solida e compatta materialità della terra dove poggia il basamento del trono, si disegnano le silhouettes degli angeli che in duplice schiera si allineano simmetricamente all’immagine centrale della Vergine in maestà.

Limiti di Greccio, altare della chiesa della Madonna di Loreto

Piero Casentini, Madonna di Loreto (2004)  acrilico e tempera su tavola cm 270 x 175

Le tre coppie di creature celesti sono caratterizzate da una sostanziale simmetria, i volti dai tratti regolari replicati senza esitazioni, lo sguardo intenso, le labbra sigillate in un sorriso ineffabile, il capo dai biondi capelli circonfuso dal nimbo dorato, le ali dalle lunghe piume di colori digradanti appena richiuse dopo il lungo volo, le mani ancora strette a sostenere il trono con gesti sicuri che incrinano senza spezzarlo il ritmo equilibrato della disposizione delle sei figure. 

Anzi, se vogliamo avventurarci nella ricerca di un significato, potremmo riconoscere in questo piccolo elemento formale un indizio della pregnanza del libero arbitrio di cui le creature angeliche sono dotate al pari degli uomini e delle donne che popolano la terra: compresi del compito assolto, i sei angeli, incaricati di trasportare in terra cristiana la Casa Santa insidiata in Terra d’Oltremare dalla violenza della guerra, lo  assolvono con impeccabile misura che non esclude però la loro autonomia.

Sono dunque i piccoli gesti delle mani, la torsione delle braccia, l’inclinazione delle spalle gli indizi che guidano lo sguardo dell’osservatore, dal basso verso l’alto, fino a cogliere l’esortazione alla preghiera, all’abbandono alla volontà di Dio.

Sono infatti i due angeli dalla tunica bianca che compongono la terza schiera, appoggiati alla spalliera del trono, a tendere in simmetria l’indice della mano verso l’alto, nel gesto inequivocabile che guida dalla terra al cielo i sentimenti e la volontà del credente.

Il trono è monumentale, solido nella struttura lignea, impreziosito dal cuscino di prezioso tessuto color rubino, lenticolarmente decorato dagli intarsi che formano gigli e piccole croci gigliate, ancor più ricca è la decorazione dello sgabello dalle forme mistilinee su cui la Vergine poggia i piedi, invisibili sotto il lungo, ricco mantello che racchiude la figura.

È la veste propria della Vergine Lauretana, raffinata ed elegante, degna della Regina del cielo, il manto di seta color avorio su cui s’intessono le fasce a fondo rosso e nero preziosamente ricamate in oro zecchino che replica le forme e la dignità di una dalmatica, la veste indossata dagli imperatori di Bisanzio simbolo essenziale della regalità.

Lo stesso prezioso tessuto è utilizzato per la tunica del Bambino Gesù, legata ai fianchi dalla fascia di seta nera profilata d’oro zecchino come la scollatura e i polsi della semplice veste: la Madre e il Figlio hanno il capo incoronato, ma entrambe le corone culminano nella piccola croce che rammenta ed istruisce gli astanti sul sacrificio che è prezzo sublime della redenzione per l’umanità.

Di questo mondo terreno Gesù è creatore e signore: la sfera anch’essa sovrastata dalla croce stretta nella piccola mano di bambino ne fa testimonianza, ma la mano destra con le tre dita raffigurate nel gesto della benedizione alludono al Regno dei Cieli, fine ultimo dell’esistenza per tutti e per ciascuno. 

Il gioco delle mani è replicato dalla Vergine Madre, che protettiva sostiene ed accarezza il Figlio che ha i tratti severi e consapevoli del puer senex, conscio del suo destino e del futuro dell’umanità, Colui che era, che è e che viene, Signore del Tempo e della Storia secondo la felice espressione della liturgia cattolica.

Come recita il salmo 103, Il Signore ha stabilito il suo trono nei cieli, e il suo dominio si estende su tutto (103,19).

La lezione iconica di Pero Casentini induce a sentirsi parte di questa totalità, nella contemplazione divina mediata dalla pittura al servizio della catechesi.

Alle pareti della piccola abside ortogonale della chiesa parrocchiale di Limiti trovano spazio le tavole dell’Annunciazione e del Presepe di Greccio, l’una a cornu Epistulæ, l’altra a cornu Evangelii secondo un ordine paratattico che rispetta la cronologia degli avvenimenti.

L’Annunciazione è debitrice della grande tradizione rinascimentale, da Simone Martini al Beato Angelico, mutuando dal primo la timida ritrosia della Vergine all’annuncio dell’arcangelo, da Giovanni da Fiesole recuperando invece la scansione dello spazio architettonicamente definito. Ma c’è, di più, la memoria della conceptio per aurem, l’intervento attivo dello Spirito Santo, i raggi di luce che dall’alto dei cieli s’intensificano fino a lambire la figuretta della Vergine.

Limiti di Greccio, presbiterio della chiesa della Madonna di Loreto

Piero Casentini, Annunciazione  (2004)  acrilico e tempera su tavola cm 175 x 270

Lo spazio ordinato nel quale s’impagina la scena, si compie il mistero dell’incarnazione è quello di una loggia dal pavimento in laterizio preziosamente decorato, gli archi a sesto ribassato sostenuti da agili colonnine dai capitelli a foglie d’acqua, il paesaggio velato dai tendaggi sospesi, riassorbito dal cielo di una notte stellata. 

La giovanetta veglia, chiusa nel suo mantello scuro che lascia appena intravvedere la veste rossa chiusa al collo da un bordino dorato,  seduta su uno scranno reso più comodo da un paramento in broccato steso sulla spalliera.

L’improvvisa, imprevista visione dell’arcangelo Gabriele la costringe, quasi malvolentieri, a interrompere la lettura del libro sapienziale che rimane squadernato sulle ginocchia, l’indice teso per riprendere appena possibile a concentrarsi sulla pagina che narra le vicende dei patriarchi e dei profeti.

Presto anch’essa sarà protagonista delle storie che saranno narrate dal Nuovo Testamento. 

La giovane Maria ne resta ignara, nel tempo sospeso tanto efficacemente colto e rappresentato nella tavola di Casentini.

Un ultimo elemento è di forte, coerente richiamo rispetto alla tradizione. 

È il vaso ansato con i gigli recisi che si trova alle spalle della Vergine, sintesi visiva delle litanie lauretane che definiranno Maria vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis.

Limiti di Greccio, presbiterio della chiesa della Madonna di Loreto

Piero Casentini, Presepe di Greccio (2004)  acrilico e tempera su tavola cm 175 x 270

Sulla parete di fronte, la caratteristica metatemporale dell’arte di Piero Casentini si misura con straordinari risultati con la necessità di narrare la storia che si compie in un tempo documentato, in uno spazio conosciuto.

Il cielo stellato dello sfondo costituisce l’elemento di ideale raccordo con la scena dell’Annunciazione, presupposto ineludibile della vicenda cruciale nella vita mirabile di Francesco d’Assisi, la celebrazione del Natale del 1223 culminante nel miracolo del simulacro di stoppa che prende vita tra le mani del Santo.

Nella cavità della grotta del monte Lacerone è stato allestito un  altarino di legno impreziosito da un piccolo baldacchino, davanti al quale è deposta a terra una culla scavata in un tronco, impreziosita da un nastro dorato, di lato è la greppia a cui si accostano l’asino e il bue.

Al centro, in ginocchio, Francesco che indossa sul saio lo scapolare indizio della sua condizione di diacono stringe delicatamente tra le braccia il Dio incarnato. 

Alle sue spalle assistono attoniti al miracoloso evento il feudatario del castello di Greccio Giovanni Velita, sua moglie madonna Alticama e frate Elia, fidato compagno del Santo.

I tre testimoni fededegni, che rappresentano l’umanità tutta di fronte al mistero della Natività, sono colti i tre diversi atteggiamenti che intimamente corrispondono ad un unico sentimento dominante, manifesto attraverso lo stupore. 

Il signore di Greccio, compreso della sua dignità, si sporge appena ad osservare e si stringe nel suo rosso robone, quasi a rassicurarsi, frate Elia ha l’atteggiamento di chi vuole commentare un fatto straordinario ma resta attonito, quasi incapace di trovare le giuste parole di fronte all’evento ineffabile.

Alticama è fuor di dubbio il personaggio più schietto, lei che ha dato una mano per la realizzazione del fantoccio che ha preso vita tra le mani del Santo.

È dunque lei che più ogni altro, dopo Francesco, conosce la realtà dei fatti e percepisce il miracolo.

 Dunque, inarca la schiena, china la testa, stringe le mani al petto in segno di preghiera.

Nella sua rappresentazione del Presepe di Greccio Piero Casentini ha il merito di riannodare i fili di un discorso che si dipana attraverso i secoli, ricapitolando da par suo gli elementi cruciali di un evento che conserva i colori e il gusto della favola senza infrangere la verità della storia, senza negare la dottrina della fede.

Rieti, coro della basilica di San Francesco

Frammenti ancora in situ della decorazione pittorica delle Storie del Santo riscoperti nel 1953

La raffigurazione del Presepe di Greccio proposta da Piero Casentini nel 2004 presenta singolari analogie con l’affresco della basilica reatina di San Francesco restituito casualmente dalle pareti del coro dei frati nel 1953.

L’episodio era parte integrante del ciclo delle Storie del Santo scialbato nelle calamitose epidemie di peste che travagliarono la città tra il 1494 e il 1527, celati poi dagli stalli del coro dei frati, infine interclusi nell’impegnativo intervento di rialzo del piano di calpestio dell’intero edificio intrapreso negli anni ’30 del Seicento per limitare i uasti dell’umidità provocata dalle pianare del Velino.

Il ciclo reatino, databile al tardo Trecento, replica con fedeltà la scelta dei soggetti principali del ciclo di Assisi: vi sono presenti oltre al  Presepe di Greccio le scene del Sogno di Innocenzo III, di 

San Francesco sul carro di fuoco, della Visione dei Troni, della Guarigione del malato di Lerida e della Liberazione di Pietro d’Alife ma la matrice culturale dell’anonimo frescante è romana, legata alla bottega dei Cavallini. 

Già nel 1954 gli affreschi furono ripuliti, consolidati e restaurati in situ ad opera di Arnolfo e Sonia Crucianelli su incarico della Soprintendenza competente. 

Solo più tardi se ne decise lo smembramento, procedendo ad una selezione tra le immagini ritenute più interessanti e quelle di secondaria importanza, rimaste dunque nel coro di San Francesco.

Pur essendo condotto nel più scrupoloso rispetto delle tecniche del restauro, lo strappo degli affreschi ha provocato danni evidenti, con la perdita di alcuni volti dei protagonisti e dei testimoni del miracolo di Greccio.

Restano però integre, perfettamente leggibili le affinità con la rilettura offerta da Piero Casentini per la chiesa parrocchiale di Limiti di Greccio.

Rieti, palazzo papale

Il Presepe di Greccio dopo il distacco dal coro della basilica di San Francesco

L’artista romano così intimamente legato alla spiritualità francescana dimostra la vitalità e la ricchezza di un dialogo interiore con i grandi interpreti del passato,  si conferma inscritto a pieno titolo nel solco di una secolare tradizione iconografica a cui generosamente offre la linfa nuova della sua ispirazione. 



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