Santa Rufina di Cittaducale, un libro di Mario Santarelli
A cura di Mario Santarelli

“Ho avuto la fortuna di nascere, crescere e vivere in un paese di campagna” – scrive nella prefazione di un libro dal titolo “Santa Rufina di Cittaducale” il dott. Mario Santarelli, medico conosciuto nel mondo scientifico come autore di pubblicazioni legate anche al suo ruolo di primario di Radioterapia presso l’ospedale de Lellis di Rieti.

Santa Rufina è un paese che conta attualmente circa 2700 abitanti, situato a 5 km da Rieti, in un territorio che ha vissuto il passaggio da una società contadina ad una preindustriale nel periodo storico che va dal dopoguerra ai primi anni settanta, epoca  della prima industrializzazione. L’improvviso aumento della popolazione  che si realizzò in quel periodo determinò uno sconvolgimento di usi costumi e tradizioni locali. 

“E’ stata un’operazione fatta col cuore. Avevo da tempo ben impressi nella mente le situazioni, i personaggi, gli eventi, alcuni dei quali avevo vissuto in prima persona. Nel corso di tre anni in cui ho utilizzato ogni ritaglio di tempo a disposizione, ho messo in ordine e ricercato capillarmente quanti fossero in grado di dare un contributo. Credo di essere riuscito ad offrire un prodotto accessibile a tutti, il cui ricavato verrà impiegato per il restauro dell’organo della Chiesa di Santa Rufina. Il libro si  compone di 456 pagine suddivise in dodici capitoli, ognuno dei quali tratta singoli argomenti.  In copertina c’è scritto ‘Santa Rufina di Cittaducale’ ma potrebbe trattarsi di qualsiasi altro paese della nostra provincia: una società che, tra il sacro e il profano, viveva tutto l’anno secondo un calendario religioso e uno laico legato alla vita agreste.

Tra mito e leggenda, s’inizia dai primi insediamenti collinari e montani del paese, per poi compiere un viaggio nel tempo per arrivare infine alla recente rivoluzione economica, sociale, culturale, condita da fermenti politico, sociali e presenze significative per il paese. La estrema povertà del dopoguerra determinò il fenomeno dell’emigrazione, assai diffuso nella provincia reatina. Fino ai primi anni Cinquanta partirono tanti ragazzi verso altre realtà extranazionali in cerca di fortuna. Alcuni, invece,  approdarono nella capitale, iniziando a lavorare nel settore della ristorazione, cominciando dalle mansioni più semplici fino ad arrivare alla titolarità di trattorie e ristoranti. Tra questi la ‘Rupe Tarpea’ di Lino Cruciani, o ‘Angelino ai Fori’, un locale certificato come ‘primo locale storico della città di Roma’, fondato da Angelino Giraldi e dal figlio Franco,  tuttora gestito dai nipoti Angelo e Vincenzo. 

Le famiglie del paese alla fine si assomigliavano un po’ tutte, sia nell’organizzazione interna che nell’attività lavorativa quotidiana mirata ad un’economia di sussistenza. Si inizia con quella del dott. Santarelli,  una antica famiglia patriarcale; papà Quinto e mamma Santina, nonni, zii, cugini, come occasione di riflessione e pretesto per parlare di infanzia, di giochi, di scuole, della celebrazione dei primi sacramenti, dei matrimoni e di come venivano combinate le unioni, per poi allargarsi a macchia d’olio ed includere centinaia di persone e personaggi collocandoli all’interno del racconto infinito che è la vita.

A Santa Rufina nel dopoguerra, la tipologia delle abitazioni nel dopoguerra era simile a quella dell’Ottocento e dei primi del Novecento: casolari isolati o case addossate le une alle altre con una grande cucina centrale. La maggior parte degli uomini era impegnata nelle pesanti attività di campagna, mentre le donne, oltre ai lavori di casa, si occupavano anche dei figli e dei lavori nei campi. Tra la attività produttive di un certo rilevo che cominciarono ad insediarsi nel territorio di Santa Rufina vengono ricordate nel libro le Fonderie F.lli Catini, la F.lli Bosi legnami, la F.lli Torda, i F.lli Aguzzi, Tosti legnami, i manufatti Bellini e Trinchi, quelli di Angelo Pezzopane, dei F.lli Scanzani che si affiancano a quelle artigianali della famiglia Stollagli o dei F.lli Santarelli.

I ritmi della vita nei campi e nel paese erano scanditi dal suono delle campane, invocate dalla popolazione anche in occasione di violenti temporali o grandinate che mettevano in pericolo i raccolti. “Mio padre era un campanaro provetto: utilizzava una tecnica che lo rendeva immediatamente riconoscibile dalla popolazione” afferma il dott Santarelli. Le campane potevano suonare singolarmente oppure ‘in concerto’: i suonatori erano visti dai bambini con rispetto e ammirazione ed erano considerati come eroi. 

Le tradizioni del paese erano molteplici: dalla Pasquarella alla “colenna”, una minestra di fave distribuita in occasione della festa di Sant’Antonio abate, dai “Mascari” di carnevale alle “quarant’ore” di adorazione pasquale del SS. Sacramento, dal salto del falò nelle feste di San Marco e San Giorgio alle vacanze, alla mietitura, alla vendemmia, alla raccolta delle castagne, delle olive, alla divertente richiesta itinerante per le vie del paese  del “quatrinello” natalizio  da parte dei bambini. L’uccisione del maiale era uno degli eventi laici più importanti dell’anno e richiedeva la partecipazione di tutta la famiglia, di vicini, amici e conoscenti.

I ritmi delle stagioni scorrevano tra un bicchiere di vino nei bar, nelle osterie, durante una partita a carte, tra un’imprecazione e l’altra. Quando capitava qualche malattia non si era soliti chiamare subito il medico, ma qualcuno esperto nella combinazione dei prodotti più naturali: malva per il mal di denti, ‘fumenti’ per raffreddore, sanguisughe per la bronchite, patata per la cefalea e la ‘chiarata’ da zia Pasquetta per le distorsioni, giungendo a veri e propri riti per contrastare l’avverso destino, come quelli per il malocchio. Le persone affette da semplice  disagio psico-sociale spesso finivano per essere internate nel manicomio San Francesco di via del Terminillo, insieme ad altre  persone che presentavano vere patologie psichiatriche. Emblematica la storia di Domenico, internato a seguito di una pesante depressione. Stazionava all’ingresso del manicomio sempre ricoperto, sia in inverno che in estate  di cenere “a scopo antiinfiammatorio”. Con lui si apre il capitolo dedicato ai personaggi caratteristici, quelli che tutti gli abitanti ricordano con una certa commozione. Gli ultimi due sono dedicati alla gastronomia tipica locale, ai detti e ai proverbi, con oltre a mille termini tipici santarufinari. 

“Questo libro è stato presentato ufficialmente in occasione del Raduno degli Alpini il 15 e 16 giugno 2024. E’ una pubblicazione che i più giovani potranno utilizzare per apprezzare fino in fondo i sacrifici di chi li ha preceduti. E’ un pezzo della loro storia e delle loro radici. Se la vita li ha portati lontano, sfogliando le pagine dei libro potranno  sentirsi meno soli e, se avranno la voglia o il desiderio di tornare, Santa Rufina sarà sempre lì ad aspettarli”.

Il libro è disponibile a Rieti presso la libreria Mondadori in  Via Roma 61,  tel 0746-491616

Altri contenuti da I Borghi

Leonessa, il borgo tra le montagne

Leonessa, il borgo tra le montagne

Alle pendici del Terminillo sorge Leonessa, “la città di San Giuseppe”, un luogo suggestivo immerso nella natura e nella storia. Questo gioiello medievale, durante il periodo invernale, è un richiamo per i romani e non solo, grazie alle sue cime innevate. Anche nelle...

La Sagra del Frittello

La Sagra del Frittello

In occasione della Festa di San Giuseppe domenica 23 marzo nel reatino si festeggerà la Sagra del Frittello. Il Frittello è una frittella tipica della tradizione reatina a base di cavolfiore pastellato e fritto in olio d’oliva. A Roccantica in occasione della  51esima...