“SABINO COME ME” – MARINERIA SABINA (Parte I)
A cura di Maurizio Marchetti

A fine agosto del 2022 su un quotidiano è apparso un articolo a firma dell’ammiraglio di divisione (r) Nicola De Felice, che è anche pubblicista con attenzione al Mare Nostrum. Tale articolo, al di là del contenuto certamente interessante, ha costituito l’occasione per alcune considerazioni sul tema identitario sabino di cui si è trattato precedentemente nel sito. Citando Pompeo Magno, nominato nel 67 a.C. comandante di una potente flotta per contrastare i pirati che spadroneggiavano nel Mediterraneo, l’ammiraglio De Felice nota “Pompeo Magno (in effetti sabino come me)”.

Una prima riflessione riguarda la voluta sottolineatura identitaria e l’appartenenza a una comunità non solo di etnia ma anche di comando di marineria. Considerando che poi l’ammiraglio risulta nato a Roma e Pompeo Magno nel Piceno, viene da pensare che l’aggettivo sabino ha travalicato dall’antichità i confini territoriali, esprimendo piuttosto l’orgoglio credenziale derivante da un qualcerto collegamento, richiamando così il concetto di sabino come “apolide” proposto in un precedente mio articolo su questo sito. Ricordiamo che i Piceni, secondo tradizione, sono così chiamati dal picchio, animale totemico che guidò un ver sacrum di sabini alla fondazione di Ascoli, e un picchio compare attualmente per memoria nella bandiera della regione Marche. Anche l’ammiraglio De Felice ha ampio titolo di sabino, come mi ha gentilmente informato, per discendenza da un nonno che gli ha lasciato un uliveto (pianta ad evidenza sabina) nella campagna poggio catinara, che coltiva in un simbolico passaggio di consegne. Ma altro spunto dall’articolo è il riferimento all’impresa di Pompeo contro i pirati cui partecipò uno dei Sabini più illustri, Terenzio Varrone, che compare all’inizio della sezione cultura e territorio del presente sito, nella statua di Dino Morsani in Piazza Oberdan a Rieti, sua città natale, in serena meditazione. Lontano, quindi, dall’immagine di intrepido valoroso che gli valse la corona navale ricevuta da Pompeo Magno nel 67 a.C., che lo aveva nominato legato comandante per il Mar Ionio, Basso Adriatico e Basso Egeo (Plutarco, vita di Pompeo).

La corona navale era una corona d’oro ornata di prore rostrate, riconoscimento al comandante della flotta che avesse distrutto una flotta nemica o anche al soldato che fosse salito per primo a bordo di una nave nemica (Treccani). Tale il prestigio del riconoscimento che ne risultano assegnate solamente tre. Oltre a quella citata a Varrone, vi sono le corone assegnate al console Caio Attilio Regolo nel 257 a.C., comandante di flotta nella prima guerra punica nelle acque di Tindari, e a Marco Vipsanio Agrippa, insignito da Ottaviano nel 36 a.C. per la grande vittoria navale di Nauloco contro Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno. La corona concessa ad Agrippa, considerato il più grande degli Ammiragli romani, fece definire a Seneca la corona “la più alta delle onorificenze militari” (nel De Clementia). Tant’è che la corona navale o rostrata appare oggi richiamata nella bandiera della nostra Marina Militare, sovrastante gli emblemi delle quattro Repubbliche Marinare come simbolo della comune origine dalla Marineria di Roma.

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