Fino alla metà del XIII secolo, dalle origini sabino-romane la città di Rieti si era sedimentata sulle sponde della collina di roccia calcarea che si specchiavano a meridione nelle acque cristalline del fiume, mentre a settentrione restavano le terre paludose e fertili delle Porrara, benché l’imponente intervento di Manio Curio Dentato avesse bonificato già nel III secolo a.C. il lacus Velinus.
Inclusa tra le residenze papali già alla fine del Duecento, finalmente la comunità reatina stabilì la nuova progettazione dell’allargo, che dal 1252 la nuova città si sarebbe espansa lungo tre lati verso la pianura lasciando che le acque del Velino mantenessero il loro antico carattere di tutela.
Restava solo indifeso il Borgo fino all’abbazia di San Michele Arcangelo, parte integrante del territorio dei Benedettini di Farfa. Al contrario, il versante orientale delle nuove mura era progettato compiutamente stabilendo solidi criteri difensivi della città, a poche miglia dai confini del Regno di Napoli.
Gli stessi toponimi spiegano chiaramente i fatti storici del tempo quando si sedimentarono i confini dal Patrimonio di San Pietro fino al Regno napoletano: se fino al Duecento era usuale nominare Interocrina l’antica porta del decumano orientato verso l’Adriatico, successivamente fu ormai d’obbligo intitolarla come porta d’Arci evidenziandone i caratteri di posizione difensiva e strategica.
Allo stesso modo, nel raddoppio dei sestieri medievali la porta orientale acquistò importanza con la definizione de intus e de foris mentre man mano gli abitanti si stanziavano e s’infittivano, a meridione lungo l’argine i fittavoli impegnati nella lavorazione degli orti e nelle modeste attività artigianali, a settentrione le comunità delle benedettine di Santa Caterina d’Alessandria e di San Benedetto, lungo l’antico decumano ampio e diritto, a destra e a manca, gli oratori confraternali, le chiese parrocchiali, i palazzi di antica e recente nobiltà.
La Visita Apostolica di monsignor Pietro Camaiani vescovo di Ascoli Piceno, compiuta dal dicembre 1573 fino all’aprile 1574 per verificare lo stato di attuazione dei decreti del Concilio di Trento a dieci anni dalla conclusione, registra puntualmente i dati demografici e antropologici del sestiere di porta d’Arci.
Complessivamente le parrocchie registravano il numero di 239 famiglie, escludendo i figli minori: nelle vicinanze della porta d’Arci de intus presso la parrocchiale di San Leopardo vivevano 66 famiglie, presso la parrocchiale di San Lorenzo 68, mentre presso la parrocchiale di San Bartolomeo vivevano meno di 30 famiglie per cui il Visitatore suggeriva al vescovo di intervenire accorpando le chiese vicine; presso la chiesa di Sant’Eusanio vivevano 75 famiglie presso i Pozzi e vicino alla porta d’Arci de foris.
I monasteri benedettini accoglievano rispettivamente a San Benedetto 48 claustrali tra velate e converse, solo 17 in stato di povertà a Santa Caterina d’Alessandria.
Solo nel 1803 il vescovo Ferretti decise di accorpare i due monasteri e accogliere presso Santa Caterina le suore del SS.mo Bambino Gesù ancora impegnate nell’istruzione e nella formazione dell’infanzia.
Nel 1635 il canonico Pompeo Angelotti, più tardi destinato ad essere consacrato nel 1664 vescovo di Terracina, Sezze e priverno, ne descriverà l’ambiente con tratti poetici ma sempre veritieri: egli stesso, in fondo, era cresciuto proprio nel palazzo di famiglia a metà del tracciato di via dei Regno prima di trasferirsi a Roma nel 1638 come uditore, commissario della Prefettura degli Archivi e luogotenente del Governatore di Roma, dal 1646 al 1653 commissario generale della Reverenda Camera Apostolica del ducato di Ferrara.
Così l’Angelotti descriveva il paesaggio tra le porte vecchie e le nuove: «…verdeggiano diversi Giardini, da’ Ruscelli che fuggono dal fiume Cantaro, inaffiati. Confina quivi con le publiche mura della Città il Venerabil Monastero di S. Benedetto, che in sito spatioso quasi in terrestre Paradiso racchiude devote Verginelle. Arrivati per la Riva di Cantaro alla chiesa di S. Leonardo, dalla Confraternità del Suffragio con molta pietà e divotione ristorata & offitiata. Alla medesima è congionta la Porta d’Arci, chiamata da una ben munita fortezza ivi anticamente fondata (…) alla sinistra della Porta d’Arci è posta la Chiesa Parochiale di S. Eusanio: e sotto questa si vede S. Barnaba, Chiesa d’una principalissima Confraternità. Questi contorni servono per habitatione à commodi Agricoltori, che per lo più attendono all’arte de’ Guadi (…) Di qua rientrando nel diritto sentiero, che dalla porta alla Piazza & al Palazzo del Magistrato conduce: in esso si veggono antiche, e moderne fabbriche, da principali Gentilhuomini habitate, che con mirabil varietà dilettevole la rendono».
Grazie alla lungimirante azione del vescovo Gabriele Ferretti, le soppressioni napoleoniche non comportarono sostanziali danni alle chiese ed alle comunità religiose di porta d’Arci.
Dopo l’Unità d’Italia, invece, le claustrali benedettine furono soppresse lasciando soltanto memoria con le benedettine di vita attiva dette di Carità.
Il monastero di San Benedetto fu adibito ad edifici scolastici, in anni recenti affidato alla comunità islamica. Attualmente, è in via di ristrutturazione per fini pubblici.
Intanto, in memoria della stirpe dei conti Cerroni ormai estinti, nel 1865 il conte Giacinto Vincenti Mareri fondava il monumentale ospizio, recentemente restaurato e destinato dal Comune a studentato per i giovani universitari.
I rapidi mutamenti del secondo dopoguerra portarono durante il decennio 1953 – 1963 ad un radicale intervento di demolizione di un’ampia porzione delle mura e della chiesa del Suffragio, purtroppo irrisarcibile: ne resta però almeno la memoria, con l’attuale, importante intervento di rigenerazione urbana – Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare Pinque, progettato e realizzato dagli architetti Stefano Eleuteri e Giovanni Tomassetti.
La valida scelta dei due professionisti reatini è improntata sul concetto evocativo basato su quanto è perduto dalla demolizione inconsulta di antichi, monumentali edifici, quanto ancora rimane grazie alla natura evocata dalle acque, conservando e valorizzando l’area di porta d’Arci.
Rieti: scoperto un capolavoro artistico nascosto tra le mura di Porta d’Arce
Uno straordinario ritrovamento artistico è avvenuto a Rieti durante dei lavori di riqualificazione a Porta d’Arce, all’angolo con viale Morroni, per...
2026: Inaugurazione a Rieti dell’anno della cultura
Il 21 gennaio al Teatro Flavio Vespasiano si è svolta la cerimonia inaugurale dell'anno dedicato alla cultura. Rieti partecipa a fianco dell'Aquila...
Carnevale di Rieti: una città in festa tra carri, musica e tradizione
Il 15 febbraio, le vie di Rieti si sono animate con colori vivaci e tanta allegria, grazie a un’iniziativa promossa dal Comune insieme alla Pro...






