A dieci anni dal sisma del 2016, il territorio reatino continua a interrogarsi sul proprio futuro, tra ricostruzione materiale, cambiamenti sociali e nuove prospettive di sviluppo. In questi giorni esce “Oltre le Sfide. Il territorio reatino dieci anni dopo”, il nuovo libro di Marco Fuggetta, giornalista e attuale responsabile dell’Ufficio Stampa della Città di Rieti. Pubblicato da Funambolo Edizioni, il volume analizza il Reatino come caso emblematico delle trasformazioni in atto nelle aree interne dell’Appennino centrale, mettendo a fuoco criticità strutturali, potenzialità inespresse e nodi ancora irrisolti. Al di là del libro, Fuggetta è riconosciuto come un profondo conoscitore del territorio: per questo gli abbiamo rivolto per i lettori di Amici di Rieti alcune domande per riflettere, con uno sguardo lucido e non nostalgico, sul presente e sulle sfide che attendono il Reatino nei prossimi anni.
A dieci anni dal sisma del 2016, qual è secondo lei il cambiamento meno visibile ma più profondo avvenuto nel territorio? “Difficile dirlo, soprattutto per l’eterogeneità che caratterizza la provincia di Rieti. Se ci concentriamo sul tema ricostruzione e post-sisma, credo purtroppo che il cambiamento più evidente rispetto a qualche anno fa sia la vittoria della rassegnazione. I ritardi, soprattutto nella prima fase, sono stati molti e quindi è maturato questo sentimento, anche se oggi inizia a intravedersi qualche luce nella ricostruzione. Se, invece, ci concentriamo sulla Città capoluogo, il cambiamento più profondo credo attenga alla consapevolezza dell’opinione pubblica sulla presenza universitaria. Per tanti anni Rieti non si è accorta neanche di avere dei corsi universitari, oggi invece finalmente il tessuto cittadino inizia a percepirsi come Città universitaria, con tutto ciò che comporta anche a livello commerciale, culturale, perfino industriale. Infine, un cambiamento che credo, purtroppo, accomuni il territorio reatino ad altre realtà del Paese è la riduzione della partecipazione, evidente anche nella costante diminuzione dell’affluenza nelle varie tornate elettorali. La scarsa partecipazione, unita alla violenza verbale dei social, dovrebbe farci riflettere”.
Se dovesse indicare una lezione che il Reatino può offrire al resto dell’Appennino centrale, quale sarebbe? “Sicuramente Rieti, soprattutto negli ultimi anni, superando il limite dello scarso peso demografico, ha saputo cogliere le opportunità dei fondi destinati ad esempio alla ricostruzione post-sisma, compresi quelli complementari al PNRR, per avviare opere infrastrutturali e progetti culturali che in altri periodi sarebbero stati impensabili. Diciamo che Rieti è stata brava ad ottenere soldi e a spenderli. Come noto, questa capacità non è scontata in Italia, soprattutto nel centro-sud. Quindi, al di là del legittimo giudizio di merito sui vari progetti in corso, credo che Rieti possa essere considerata un modello in termini di attrazione di risorse e capacità di spesa”.
Quali infrastrutture sono davvero strategiche per il futuro del Reatino: quelle fisiche o quelle sociali? “Penso siano fondamentali entrambe perché il vero nodo da affrontare, a monte di tutti gli altri problemi, è lo spopolamento. È un problema comune alle aree interne e montane in tutto il Paese ma che nel Reatino è ancora più evidente. Per contrastare lo spopolamento servono servizi e presìdi anche in territori scarsamente popolati, oltre a collegamenti adeguati con i centri maggiori. Perciò sono cruciali investimenti sia sulle infrastrutture fisiche che in quelle sociali e, aggiungerei, in quelle digitali”.
Quali modelli di sviluppo sono compatibili con territori fragili come quello reatino? Turismo, agricoltura, cultura: quale di questi settori ha oggi più potenziale inespresso? “In realtà fino a pochi decenni fa, nonostante le straordinarie ricchezze paesaggistiche e storiche, nel Reatino neanche si parlava di turismo perché, anche grazie alla Cassa del Mezzogiorno, vi era piena occupazione o quasi. Solo negli ultimi decenni sono iniziati i ragionamenti sul turismo che, ad oggi, rappresenta però un grandissimo potenziale inespresso. Da solo, comunque, il turismo non basta e non basterà. Per questo credo sia imprescindibile investire e innovare in agricoltura e su settori specifici della manifattura di precisione – come quello delle pompe dosatrici che ha reso Rieti famosa nel mondo grazie alle aziende della cosiddetta “Pump Valley”. In questo modo forse potremo avere risultati in termini di sviluppo e occupazione e, tornando al discorso di cui sopra, anche nella lotta allo spopolamento”.
La narrazione delle aree interne è spesso improntata alla nostalgia: come si può costruire invece un racconto di futuro? “Sono assolutamente d’accordo con la sua riflessione. Secondo me a Rieti questa nostalgia, o ‘retrotopia’ come la definiscono alcuni sociologi, è ancora più evidente che altrove. È uno dei motivi che ha spinto me e la casa editrice Funambolo edizioni, a pubblicare questo nuovo libro. Nel nostro territorio, infatti, l’attività editoriale non è certo vivace e fiorente e quella che c’è è totalmente rivolta al passato su eventi storici o personaggi, oppure alle bellezze architettoniche e paesaggistiche. Nulla quindi che abbia a che fare con il presente o il futuro. Io, invece, penso che senza passato non vi sia futuro ma anche che se una comunità vive esclusivamente nel ricordo o nella celebrazione del passato, si è praticamente già arresa a non avere un futuro migliore. Con questo nuovo testo, un ideale seguito di un altro libro pubblicato nel 2017, abbiamo voluto dare un nostro modestissimo e personale contributo al confronto locale, sperando che anche stavolta, come accaduto nove anni fa, il libro possa stimolare occasioni di confronto, elaborazione e approfondimento”.
Se dovesse immaginare il Reatino tra dieci anni, quali segnali le darebbero la certezza che la strada intrapresa è quella giusta? “Credo che il nostro territorio possa avere un futuro più roseo solo se farà uno scatto in avanti su tre questioni fondamentali: l’Università – e siamo a buon punto –, le infrastrutture per collegarci a Roma e ai due Mari – e anche su questo i primi risultati iniziano a vedersi – e il digitale/innovazione – e in questo caso invece siamo indietro in maniera significativa. Se tra dieci anni, l’Università avrà mantenuto le previsioni di sviluppo odierne, l’avanzamento delle infrastrutture avrà rispettato i piani (a partire dal raddoppio della Salaria) e sarà recuperato il grave ritardo attuale in termini di digitale e innovazione, allora penso che potremmo aver vinto alcune delle nostre sfide. Chi vivrà vedrà”.
La testimonianza di Fuggetta insomma, restituisce l’immagine di un territorio che può ancora giocare la propria partita sul terreno dell’università, delle infrastrutture, dell’innovazione e di un racconto capace di guardare avanti senza rinnegare il passato. Il suo “Oltre le Sfide” si inserisce così come uno strumento di riflessione e confronto, più che come una semplice analisi: un invito a pensare il futuro del Reatino non come un destino già scritto, ma come un processo collettivo che richiede visione, partecipazione e scelte coraggiose.
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