L’antica Sabina preromana, che si estendeva per larga parte dell’Italia mediana appenninica, era per antonomasia la terra di un popolo pio, profondamente religioso, aduso ad onorare e venerare gli dei del suo primitivo Olimpo: i numi tutelari della natura, della vita e delle attività dell’uomo, i tradizionali, arcaici custodi e testimoni di concezioni intimamente legate alla vita semplice ed onesta, orientata a valori saldi, praticata da una serie innumerevole di generazioni.
Secondo la tradizione, i Sabini dettero a Roma il senso del sacro, inteso come duplice legame, religio, appunto, con il divino e con l’umano: da ciò, la civiltà latina trasse i principi fondanti della religione e del diritto.
In questo senso, vanno interpretati tanto il nome del popolo Sabino, legato all’eponimo eroe e fondatore Sabo, Sanco o Santo, che già Marco Terenzio Varrone spiegava απο του σεβεσται, dal significato del verbo greco “venerare”, quanto lo stesso nome del mitico re Numa Pompilio, successore di Romolo, che dette agli abitanti della città νομοι, ossia le leggi, e πομπαι, ossia i rituali attraverso cui le divinità venivano onorate nella condivisione delle pratiche di culto scrupolosamente compiute dai sacerdoti ed osservate dagli astanti.
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