Lin Delija, l’artista che trasformò l’esilio in arte
Antrodoco, aprile 1994. Il feretro di Lin Delija percorre per l’ultima volta le strade di quel borgo che, dopo una vita segnata dalla lontananza, è diventato la sua seconda casa. Il primo saluto avviene a Villa Mentuccia, luogo della sua Accademia di Belle Arti, dove ha formato generazioni di giovani non soltanto alla tecnica pittorica, ma ad un modo di guardare il mondo. Poi il corteo raggiunge la chiesa del paese. Le voci della Schola Cantorum accompagnano la cerimonia sulle note dell’Ave Verum Corpus di Mozart. Tra le autorità, gli amici, gli artisti e gli allievi che lo circondano per l’ultima volta, il dolore è quello riservato a chi non perde soltanto un maestro, ma un padre scelto. Quel giorno di commiato non rappresenta la conclusione di una storia. È, piuttosto, il punto da cui iniziare a ripercorrere l’esistenza di un uomo che attraversò il Novecento portando dentro di sé il peso della separazione dalla propria terra e trasformando quella ferita in una delle esperienze pittoriche più intense e personali del suo tempo.
La storia di Lin Delija comincia a Scutari, il 12 febbraio 1924, in una famiglia cattolica composta da sei figli. Secondogenito di Marc Delija e Luce Zefi, trascorre gli anni della formazione nel convento francescano di Gjuhadol, uno dei centri più vivi della cultura albanese. In quell’ambiente fatto di studio, spiritualità e apertura alle arti si forma il suo sguardo sul mondo: un’attenzione profonda verso l’uomo, la sofferenza, la dimensione del sacro e il valore della dignità umana, temi che rimarranno impressi nella sua pittura.
L’infanzia e la giovinezza attraversano una storia difficile e con l’affermarsi del regime comunista di Enver Hoxha quel mondo culturale e religioso viene distrutto. Il convento francescano nel quale si forma viene perseguitato, molti religiosi vengono arrestati o uccisi e anche Delija sperimenta direttamente la violenza della dittatura rischiando l’arruolamento nell’esercito. Nel 1949 compie la scelta più dolorosa della sua vita: lascia clandestinamente l’Albania insieme ad alcuni compagni, probabilmente falsificando il suo documento. Non sa che quel passo oltre il confine lo terrà lontano dalla sua terra per oltre quarant’anni. Prima il Montenegro, poi Zagabria, dove frequenta l’Istituto d’Arte e comprende che la pittura diventerà il linguaggio attraverso il quale salvare la memoria di ciò che la storia gli aveva sottratto.
Nel 1954 arriva a Roma, la città che aveva immaginato come la culla della grande tradizione artistica. Si stabilisce in via di Ripetta e frequenta l’Accademia di Belle Arti, la Scuola Libera del Nudo di Mario Mafai, seguendo anche gli insegnamenti di Amerigo Bartoli e Pericle Fazzini. In quegli anni conosce gli ambienti della Scuola Romana, assimila la forza dell’espressionismo europeo ed entra in contatto con gli intellettuali albanesi in esilio, tra cui lo scrittore Ernest Koliqi e lo scultore Mark Lukolic.
La sua carriera inizia lentamente a prendere forma. Espone nelle gallerie romane e fiorentine, entra in relazione con artisti e letterati, ma rimane sempre distante dai meccanismi della fama: il giovane Delija non cerca il successo, ma la verità espressiva. Nei suoi dipinti i volti sembrano portare il peso della storia, i corpi sono attraversati da tensioni interiori, i colori diventano materia viva. La sua non è soltanto una pittura dell’esilio, ma una riflessione universale sulla fragilità e sulla grandezza dell’essere umano.
Agli inizi degli anni Sessanta un incarico lo conduce ad Antrodoco, grazie anche alla vicinanza di amici artisti come Maria Cricchi, sua compagna di Accademia: deve realizzare un bassorilievo per la Scuola Elementare “Luigi Mannetti”. Ed ecco che quello che doveva essere un lavoro temporaneo diventa invece l’incontro con il posto destinato ad accoglierlo per il resto della vita, perché il luogo che trova è lontano dalla Roma del boom economico e delle avanguardie artistiche; è un paese di montagna che conserva ancora ritmi antichi, dove la vita scorre tra vicoli, piazze, botteghe e osterie. In quella dimensione semplice Delija riconosce qualcosa della sua Scutari: il profilo severo delle montagne, una certa luce, i lineamenti dei volti e il senso profondo della comunità.
Non rimane però un ospite. Diventa parte del paese, osserva gli anziani seduti ai tavoli delle osterie, le donne impegnate nei lavori quotidiani, i bambini nelle piazze, le persone al lavoro. Anche la sua figura diventa presto familiare agli antrodocani. Un uomo dalla corporatura robusta, ma di media statura, dal volto ampio incorniciato dalla barba e dai capelli schiariti dal tempo, con uno sguardo profondo e spesso assorto, che cammina quotidianamente nei vicoli del paese, avvolto nei suoi cappotti pesanti, con i suoi inseparabili cappelli o con il qeleshe, il copricapo che lo lega al suo paese di origine, elementi che contribuiscono a renderlo una presenza immediatamente riconoscibile. Accanto all’artista rigoroso e al maestro esigente, dal carattere un po’ aspro e talvolta brusco con alcuni, vive un uomo di grande sensibilità, evidente anche nel rapporto con gli animali, in particolare con i gatti che frequentano il suo studio e il vicolo in cui abita. Li accoglie con naturalezza, quasi a riconoscere in loro quella stessa indipendenza silenziosa e quel mistero che tanto appartengono anche alla sua natura.
Riempie fogli di schizzi rapidi e trasforma quell’umanità incontrata ad Antrodoco in una galleria di volti destinati ad entrare nella sua pittura. I personaggi delle sue composizioni, le lavandaie del Velino, le figure femminili, i ritratti di uomini semplici e di santi, ma anche scene di feste private o danze alle terme locali, raccontano il suo desiderio di cogliere la grandezza nascosta nella vita comune. La sua musa per alcuni anni, Anna Dell’Agata, il suo amico, Armando Nicoletti, tante sono le persone e i volti che abitano le sue opere. Eppure il suo rapporto con Antrodoco non si limita alle tele. Dipinge sulle vetrine durante il periodo natalizio, interviene negli spazi pubblici, realizza opere per le chiese e lascia segni della propria presenza nei luoghi della vita quotidiana. La sua idea di arte non conosce confini tra museo e strada, perché per lui la bellezza deve essere condivisa e diventare patrimonio della comunità.
Anche il paesaggio reatino entra nella sua ricerca artistica. Le montagne che circondano Antrodoco, la luce che muta con le stagioni, i vicoli, le ombre e gli spazi della vita quotidiana diventano elementi della sua visione. Come aveva fatto con Scutari, Delija trasforma il luogo abitato in una geografia interiore.
Nel 1981 fonda la Libera Accademia di Belle Arti “Carlo Cesi” a Villa Mentuccia. Per i giovani che la frequentano, i “mentucciani” che ancora oggi parlano di lui, Lin non è soltanto un insegnante, ma una guida, una presenza severa e generosa, capace di trasmettere l’idea dell’arte come esercizio di libertà e responsabilità. Il suo studio e l’Accademia sono luoghi particolari, popolati da tele, libri, oggetti, disegni e appunti, in un apparente disordine, che in realtà custodisce un universo creativo.
Sulla soglia di Villa Mentuccia una sola parola, scritta con caratteri romani, SILENTIUM, e accanto ad essa nel suo pensiero una frase che diventa quasi un programma di vita, Nulla dies sine linea, nessun giorno senza un segno, senza un disegno. È la disciplina quotidiana di un uomo completamente consacrato all’arte.
Quando nel 1992 può finalmente tornare in Albania per il matrimonio di un nipote, ritrova la sua famiglia e i luoghi della memoria, ma una città che non è più quella che aveva lasciato. Ormai il suo cuore appartiene a due mondi: la Scutari della nascita e l’Antrodoco della maturità, dove vive l’ultimo periodo della sua vita, fino all’emorragia cerebrale che lo porta via, in ospedale, lontano dal suo luogo del cuore, il 9 aprile del 1994.
Oggi scopriamo Lin Delija nel museo a lui dedicato ad Antrodoco nel 2002, un percorso immersivo nei temi e nelle persone che hanno attraversato la sua esistenza. Da non perdere, inoltre, la mostra “Appunti di viaggio. Lo sguardo silenzioso di Lin Delija”, in corso a Rieti fino al 26 agosto. L’esposizione temporanea non rappresenta soltanto un percorso attraverso tutte le sue opere, ma è l’occasione per conoscere i disegni realizzati durante i suoi viaggi in treno o i dipinti ispirati da essi. È un frammento dell’esistenza di un uomo che ha attraversato le grandi fratture del Novecento — la perdita della propria terra, la persecuzione, l’esilio, un nuovo approccio all’arte — trasformandole in una ricerca artistica profondamente umana, un continuo viaggio di scoperta.
Perché Lin Delija non fu soltanto un pittore: fu un uomo che seppe trovare nella bellezza un modo per resistere alla perdita e nel rapporto con gli altri una nuova forma di appartenenza. Quel SILENTIUM che aveva invocato all’ingresso di Villa Mentuccia non era distanza dal mondo, ma il luogo dell’ascolto, della riflessione e della creazione. Forse è proprio in questa dimensione che ancora oggi possiamo incontrare Lin Delija: nelle sue tele, nei volti che portano l’eco della sua Albania e dei suoi anni ad Antrodoco, in quella ricerca ostinata di umanità che attraversa tutta la sua vita e la rende ancora straordinariamente presente. Le sue opere parlano e raccontano.
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