La Provincia Sabina Tota Civitas: Patriziato Sabino e Collegio Sabino in Roma Parte 1
A cura di Maurizio Marchetti
Verso la fine del ‘700, in particolare nella Sabina Tiberina, si veniva ad accentuare l’impoverimento e il venir meno del rilievo politico del territorio per il trasferimento nella Capitale degli interessi e della residenza delle Famiglie più importanti per censo e nobiltà. I Sabini che conquistavano altrove onori di toga, d’arte e di spada, non avevano poi gran desiderio di tornare stabilmente ai poco attrattivi possedimenti d’origine, pur mantenendo un sentimento d’appartenenza che faceva idealmente riferimento al benevolo “Tota Sabina Civitas” che pronunciò Papa Leone X. Va ricordato al riguardo che la madre del pontefice fu Clarice Orsini, moglie di Lorenzo il Magnifico, legata al feudo sabino di Castel S. Pietro. Come poi osservava al riguardo Civiltà Cattolica (anno 1896, v.7), la Sabina non è mai riuscita ad avere una città e la frase citata “vela con grazia umanistica” il vero stato delle cose, la mancanza cioè di una città nella Sabina, ma soprattutto le contrapposizioni, non da poco, per il primato delle due Diocesi della bassa Sabina protrattesi nel tempo. In estrema sintesi, si ricorda che l’odierna Diocesi Suburbicaria Sabina-Poggio Mirteto(link alla sezione borghi Poggio Mirteto) nasce nel 1986 dall’unione delle due preesistenti sedi vescovili: la Diocesi di Sabina, istituita nel V sec., e la Diocesi di Poggio Mirteto eretta nel 1841. Ma tornando a fine ‘700, varie istanze tese a rivitalizzare il territorio ebbero ascolto in Pio VII che, con il motu proprio del 6 dicembre 1800, “a decoro della terra di Sabina” affermava che “l’intera provincia di Sabina, comprese le annesse Abbazie di Farfa e di S. Salvatore Maggiore, sempre reputata, e doversi reputare per una sola Città nonostante l’esistenza di alcuni luoghi Baronali”. Veniva nel contempo istituito il Patriziato Sabino, onore nobiliare concesso a chi in possesso di precisi requisiti. La formula usata fu quella della “reintegrazione” col riconoscimento di una nobiltà già esistente da almeno 100 anni. Circa il merito del provvedimento pontificio e dei successivi ulteriori provvedimenti della Santa Sede che miravano a favorire il rilancio del territorio, può essere interessante riportare le considerazioni al riguardo dell’avv. Francesco Ceci in una memoria del 1874, per conto della Deputazione provinciale dell’Umbria, che chiudeva un lungo contenzioso con il Patriziato Sabino: “ma codesta fantasia di città risultante di parti dislegate, e tutte men che modeste, senza coesione, senza centro, senza unità non poteva esistere seriamente. L’ambizione di pochi notabili sabini … sognarono il ritorno della Sabina all’onore di provincia. Né ciò era tutto. Vollero che la provincia si fondesse in una città sola… Al Papa, educato all’infelice scuola dell’impossibile, arrise l’idea di codesto impossibile e col cenno onnipotente volle che ritornasse non pure provincia, ma città la Sabina, com’ella è compresa tra i fiumi Tevere, Nera ed Aniene”. Il pensiero fortemente laico dell’avv. Ceci (nel 1899 poi divenuto sindaco di Rieti) beneficia della chiarezza derivata da tre quarti di secolo di storia che, tra occupazione napoleonica, restaurazione, disallineamento temporale tra l’unità d’Italia del 1861, compiutasi nel 1870 con la cessazione del potere temporale, fino a quella data esercitato nella Capitale, difficilmente avrebbero potuto veder compiutamente realizzato qualsiasi progetto finalizzato al rilancio del territorio. Per completezza va comunque ricordato che gli storici Giuseppe Tomassetti e Giovanni Biasiotti nel loro fondamentale studio su “La Diocesi della Sabina”del 1909, p.36, scrivono: “La pagina più importante della storia della Sabina è quella di esser stata tale Regione riconosciuta dal Governo Pontificio come una grande città, conferendo ad essa il titolo di Sabina Civitas, in modo che la nobiltà di essa non venne intitolata dalle singole città, ma dal nome della regione … questa nobiltà è riconosciuta dall’attuale Governo”.
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