Terra di frontiera tra Stato della Chiesa e regno di Napoli, proprio per la labilità dei suoi confini la popolazione della città di Rieti fu aggredita dalla peste che tra il 1656 e il 1657 si diffuse dapprima dalla Sardegna al porto di Napoli, da dove dilagò risalendo la penisola.
Fu un bracciante di Castelfranco, di ritorno dalla stagione della mietitura, a portare con sé il virus che aggredì in poche ore la moglie e la cognata: seppellite in fretta nei pressi della propria casa, isolata nella campagna, l’uomo preferì accusarsi del presunto uxoricidio piuttosto che confessare alle autorità di aver violato i cordoni sanitari prescritti dal governatore monsignor Bulgarino Bulgarini. Ma ormai il presidio sanitario era stato violato.
Di questa grave evenienza offre una puntuale descrizione il Ragguaglio compilato da don Giuseppe Colantoni, arciprete della collegiata di San Giovanni in Statua, testimone bene informato dei fatti poiché fu tra i sacerdoti incaricati dal vescovo Giorgio Bolognetti di dare assistenza spirituale agli appestati.
Dal Ragguaglio in questione risulta chiara la sequenza drammatica degli avvenimenti.
Tra i provvedimenti posti in atto dal Commissario Generale sopra la Sanità Carlo Roberti Vittori e dal Commissario Apostolico monsignor Roncioni, ebbe particolare efficacia l’istituzione di tre diversi lazzaretti, uno definito «brutto» per i casi conclamati, l’altro «sospetto» per i casi dubbi, il terzo «polito» per i convalescenti.
La confraternita di San Giorgio si occupò della gestione del lazzaretto «brutto», ospitato dai locali del Collegio prossimi alla sede di Santa Maria della Misericordia.
Si trattava dell’antico edificio della confraternita omonima, che da qualche decennio era stato adibito a sede del Collegio municipale.
Dopo che nel 1550 la confraternita della Misericordia si fu associata con l’hospitale di Sant’Antonio Abate, il comune nel 1616 richiese l’utilizzo dei locali antistanti alla chiesa, dove fu allestita la sede del Collegio, solennemente inaugurato dal cardinale Pietro Paolo Crescenzi, vescovo di Rieti, il 17 maggio 1617.
Presso il proprio hospitale in via della Pellicceria la confraternita di San Giorgio allestì il del lazzaretto «sospetto».
Un compito particolarmente ingrato fu affidato a tre carcerati, assistiti dalla confraternita di San Giorgio, ai quali come ai monatti di manzoniana memoria fu promessa la libertà a condizione che provvedessero a bruciare i cadaveri degli appestati. Solo uno di loro sopravvisse al contagio.
Del lazzaretto secentesco di San Giorgio rimase a lungo memoria nel bassorilievo dell’insegna sovrastante l’architrave, in cui era raffigurato il Santo nell’atto di uccidere il drago, con il motto Non moriar, sed vivam.
Il terzo lazzaretto fu invece allestito in un’osteria presso la chiesa suburbana di Santa Maria della strada dritta.
Il contagio si diffuse tra la popolazione dei sestieri di Porta d’Arce e di Porta Romana, fermandosi ai margini dei sestieri di Porta Cintia de supra e de suptus.
Fu facile, per il popolo dei fedeli, attribuire alla tutela della beata Colomba da Rieti, mistica domenicana della prima età moderna che si era distinta nelle attività di cura prestate al servizio degli appestati a cui aveva aperto le porte del monastero fondato a Perugia alla fine del XV secolo. La casa natale della beata aveva ospitato a Rieti la comunità delle Domenicane di Sant’Agnese, che promossero a loro volta la devozione popolare, culminante nell’istituzione di una confraternita, approvata dal vescovo Odoardo Vecchiarelli e più tardi associata con la compagnia della Buona Morte con il titolo di Confraternita della b. Colomba e Morte presso la chiesa di San Pietro Martire.
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