Lungo lo stradone diritto che, uscendo dalla Porta Cintia, puntava senza indugio verso settentrione attraversando la campagna feconda delle Porrara sorgevano un tempo romitori, cappelle rurali, hospitalia che lasciano traccia ormai soltanto nei polverosi documenti d’archivio, se si esclude la chiesetta di Santa Maria dei Frustati, nota ai più come la Madonna del Cuore, che gli aristocratici del XIX secolo utilizzavano come meta per le loro cavalcate o per le corse in calesse in fondo alla Passeggiata più tardi intitolata al conte Emilio Maraini, padre nobile dell’industria reatina di fine Ottocento.
Appena fuori porta, già nell’ultimo quarto del XVI secolo, sorgeva sul lato destro della strada bianca e assolata un’edicola intitolata alla Madonna di Loreto, affrescata sulla parete di fondo e chiusa da un’inferriata che la rendeva sempre visibile allo sguardo dei fedeli, per lo più umili braccianti, che erano soliti inginocchiarsi a rendere grazie, all’alba ed al tramonto, cercando nella devozione mariana il conforto utile ad affrontare la loro dura giornata di lavoro.
Nel 1709, nel nome della Madonna di Loreto si unirono spontaneamente uomini e donne che, ottenuto l’assenso all’utilizzo della cappellina, cominciarono a recitarvi il Rosario e le litanie della Vergine.
In particolare, la Madonna di Loreto fu meta di un piccolo pellegrinaggio che si svolgeva il martedì dopo Pasqua. Alla spontanea devozione popolare, riconosciuta e legittimata dall’amministratore diocesano monsignor Francesco Maria Abati con propria bolla del 12 gennaio 1711, seguì la costituzione di una confraternita che provvide all’acquisto di un appezzamento di terra, ceduto dal Capitolo della Cattedrale al prezzo di 11 scudi, per costruirvi una nuova cappella che fu generosamente dotata da monsignor Carlo Rezzonico, il futuro pontefice Clemente VIII, all’epoca Governatore di Rieti.
Intanto, la confraternita della Madonna di Loreto intraprendeva qualche opera di carità raccogliendo lasciti e legati e s’impegnava ad allestire altari più degnamente dotati. Insoddisfatti dello stato dell’edificio, nel 1746 i confratelli conferirono ad Alessandro Sanizi ed al canonico Attilio Perotti l’incarico di fabbricieri affinché provvedessero alla costruzione di una chiesa più adatta alle accresciute esigenze.
I due deputati alla fabbrica conferirono l’incarico al capomastro Giovanni Sassi, che per la somma di 700 scudi realizzò l’edificio, ampio e luminoso, sovrastato da un agile campatine a vela, secondo le regole ed il gusto architettonico del tempo.
All’interno dell’aula oltre all’altar maggiore in stucco progettato da Salvatore Porrina e realizzato da Bartolomeo Bernasconi, furono eretti quattro altari, dedicati a molteplici Santi, tra cui sono documentati Andrea Avellino, Filippo Neri, Giovanni Nepomuceno, Cristoforo, Pietro d’Alcantara, Francesco di Paola, Emidio, Luigi Gonzaga, Vincenzo Ferrer, Felice da Cantalice.
Uno di questi era stato dotato dall’Università dei Cocchieri e Servitori, costituitasi nel 1737 con l’approvazione del vescovo Antonino Serafino Camarda, O.P.
Nel 1841, il vescovo Filippo Curoli promosse l’istituzione di un orfanotrofio maschile destinato ad accogliere fino ai 18 anni di età non più di venti giovinetti destinati ad apprendere l’arte dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame.
Dopo l’unità d’Italia, l’orfanotrofio annesso alla chiesa della Madonna di Loreto fu affidato alla gestione della Congregazione di Carità, che ben presto trasferì altrove gli orfani che vi erano ospitati. La chiesa continuò invece ad essere officiata, né venne meno la devozione popolare per la Madonna di Loreto, come dimostra la tela raffigurante il volo miracoloso della Santa Casa trasportata dagli Angeli sul mare Adriatico, dipinta dal reatino Antonino Calcagnadoro nel 1899 a soli ventiquattro anni d’età.
Il giovane artista aveva da poco realizzato la decorazione delle sagrestie della chiesa dei SS. Ruffo e Carpoforo e dell’annesso palazzo dei Chierici Ministri degli Infermi.
Negli anni successivi, avrebbe dipinto le pareti e le volte della cappella del SS.mo Crocifisso in cattedrale, avrebbe decorato la chiesa del convitto delle Maestre Pie Venerini ed avrebbe eseguito pregevoli tele devozionali per le chiese di Santa Scolastica e di San Giuseppe.
La composizione rappresenta la Madonna librata in cielo con un corteggio d’angeli che sostengono la Santa Casa, in volo verso la meta di Loreto, dove sorgerà il grande Santuario mariano.
La preziosa, raffinata immagine muliebre si staglia su un paesaggio dolcissimo, dominato dalle tonalità iridescenti dell’azzurro del mare, appena increspato dai venti, inargentato dalla spuma delle onde in cui sembrano specchiarsi le nubi sfilacciate che attraversano il cielo cilestrino.
La tavolozza di Antonino Calcagnadoro ha come propria caratteristica la versatile abilità di affidare a pochi colori di base il compito ambizioso di dilatare quasi all’infinito i toni ed i timbri cromatici.
Anche in questa bella interpretazione del devozionale tema mariano, l’artista si conferma abile nel comporre l’immagine affidando alla morbidezza dei tratti figurativi ed alla limpidità dei paesaggi un messaggio che sa essere artistico e religioso ad un tempo.
Nel 1936, con l’assenso del vescovo Massimo Rinaldi, la chiesa della Madonna di Loreto fu demolita per fare spazio alla costruzione della scuola elementare “Guglielmo Marconi”, progettata dall’ingegner Angelo Guazzaroni di Amelia, inaugurata nel 1938.
La tela di Antonino Calcagnadoro fu depositata presso la vicina chiesa parrocchiale di San Donato, all’interno di Porta Cintia, fino a seguire più tardi il parroco monsignor Carlo Di Fulio Bragoni presso la nuova chiesa intitolata alla Regina Pacis, costruita nella seconda metà del XX secolo al centro del quartiere impiegatizio di Mulino della Salce.
I più anziani tra i parrocchiani ricordano ancora la bella immagine mariana sul precario altare eretto in un magazzino di via Consoni che fu la prima, provvisoria sede della chiesa, nella seconda metà degli anni ’50, quando i palazzi già costruiti erano radi e alte svettavano le gru dei cantieri che presto avrebbero urbanizzato questo ampio tratto della fertile piana, così vicino al cuore della città.
Quando finalmente furono portati a compimento i lunghi, impegnativi lavori di costruzione della chiesa di Regina Pacis, il cui allestimento decorativo fu curato da Arduino Angelucci, la tela di Calcagnadoro fu collocata nell’ufficio del parroco, dove fu custodita nel corso degli anni da monsignor Vincenzo Santori, don Lino Marcelli, don Lucio Tosoni.
In anni recenti, d’intesa con il Consiglio pastorale parrocchiale, don Fabrizio Borrello allora parroco di Regina Pacis ha destinato alla Curia questa pregevole opera d’arte sacra che fa memoria della chiesa confraternale della Madonna di Loreto.
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