1. Risorto Legarano
Nei pressi di Aspra Sabina, che nel 1947 assunse l’attuale nome di Casperia, sui resti di una villa rustica nel XIV secolo sorse la collegiata di Santa Maria di Legarano.
Già nel 1343 il Registrum omnium ecclesiarum Diœcesis Sabinensis descriveva la collegiata dotata di 15 cappelle intitolate al Salvatore e agli altri a San Giovanni, San Michele Arcangelo, San Gervasio, Santo Stefano, Sant’Egidio, Santa Maria, Sant’Ippolito, San Nicola, San Silvestro, Santa Restituta, San Leonardo, San Vito.
Nel 1189 Aspra Sabina si era costituita come libero Comune. Nel 1278, sotto il pontificato di Niccolò III, la comunità si dichiarò soggetta alla Santa Sede. Alla fine del XIV secolo, Aspra passò sotto il dominio di Paolo Savelli, capitano di ventura della Compagnia di San Giorgio che aveva militato per papa Urbano VI, per Giangaleazzo Visconti, per la Repubblica di Venezia. Ancora nel 1461, Federico da Montefeltro ne avrebbe tentato invano l’assedio.
Anche per Aspra il Cinquecento rappresentò un secolo di profonda trasformazione: nel 1501, Alessandro VI assegnò il castello di Aspra a Giovanni Paolo Orsini del ramo di Monterotondo. Alla morte di papa Borgia, Aspra rientrò sotto la potestà dei Savelli, mal sopportata fino al 1545, quando la comunità si ribellò allo strapotere della potente famiglia romana.
Accanto agli edifici di culto, anche strutture civili pubbliche e private recano l’impronta della bottega Torresani.
Tra questi, merita particolare attenzione il fonte pubblico della Samaritana in via Santa Maria a Casperia da poco restaurata per la sua importanza.
Si tratta di una solida ed ampia vasca doppia in pietra, sovrastata da un nicchione intonacato con tettuccio a due spioventi.
Sul fondo dell’edicola è narrato per imagines l’episodio dell’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, secondo il Vangelo di Giovanni (4, 5-42).
Nel sottarco scorrono le eleganti grottesche, cifra distintiva della bottega Torresani.
L’Archivio di Stato di Rieti custodisce tra i documenti della Delegazione Apostolica la dettagliata relazione consegnata dal nobile erudito che ripercorreva la storia recente dell’opera e suggeriva interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria per una spesa stimata di 30 scudi, raccomandando al Delegato di non ignorare le sorti dei Domenicani ridotti in miseria concedendo loro un sussidio che li compensasse per i mancati proventi dell’affitto ormai improponibile.
Il letterato esperto di belle arti non smentì la sua chiara fama attribuendo gli affreschi dell’Oratorio di San Pietro Martire alla scuola di Raffaello, intendendo questa espressione nell’accezione certo più ampia, ma bisognò attendere i più accurati studi filologici condotti da Angelo Sacchetti Sassetti, per restituire alla storia dell’arte il nome dei fratelli Lorenzo e Bartolomeo di Cristoforo Torresani, che dalla natia Verona si erano incamminati alla volta dell’Italia centrale dove si stabilirono a Narni intraprendendo con successo la loro attività di pittori itineranti, al servizio di congregazioni ecclesiastiche, confraternite, membri dell’aristocrazia locale e più modeste famiglie della piccola nobiltà e della borghesia emergente intese a ricevere qualche benemerenza dalla dotazione di una cappella o di un altare impreziosito dalle monumentali figure di Santi incorniciate da eleganti grottesche, cifra distintiva della bottega che attraverso due o più generazioni dominò la scena artistica di un vasto territorio periferico, distante dai grandi centri della cultura tardorinascimentale, attraversato dai secolari confini tra Stato e Regno intersecato dalle vie della lana.
Nel 1552, a Rieti, Bartolomeo fu incaricato da Bernardino di Leone Sanizi membro autorevole della confraternita reatina di San Pietro martire affinché dipingesse in una delle pareti dell’oratorio l’immagine del Santo titolare nella ricorrenza del terzo centenario dalla nascita al cielo.
L’affresco soddisfece le attese del committente al punto da guadagnare al pittore l’allogazione del grande Giudizio Universale alla cui realizzazione conclusa nel 1554 cooperarono Lorenzo, ormai anziano, ed i figli di lui Alessandro e Pierfrancesco, ormai bene avviati a proseguire nell’attività di famiglia.
La ricca confraternita dei mercanti reatini, intitolata a San Pietro Martire, sborsò volentieri la somma di 300 scudi per i Torresani, ma venti anni più tardi il Visitatore Apostolico monsignor Pietro Camaiani intimò di distruggere i nudi del monumentale Giudizio Universale, ritenendo che i laici non fossero in grado di comprenderne appieno i segni e i simboli. I Padri Domenicani, già ispiratori e garanti della conformità catechetica e liturgica delle pitture, si offrirono di trasferire la sede confraternale presso la vicina chiesa di San Matteo ad Ysclam, già appartenuta ai Cistercensi di San Pastore, ed utilizzare l’aula adiacente al Capitolo per ospitarvi la scuola di lingue antiche propedeutica agli studi esegetici aperta presso il noviziato, decretata da papa Gregorio XIII con una bolla emanata il 20 novembre 1575.
L’interdetto del Visitatore, infatti, non vincolava all’osservanza i dotti predicatori, perfettamente in grado di comprendere la simbologia figurata sottesa alle nudità ispirate dalla trasparenza dell’anima che si appalesa con tutte le sue colpe al cospetto di Dio, ma capaci invece di sbrigliare lubricamente le fantasie dei laici frequentatori dell’Oratorio.
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