Il territorio pianeggiante della valle del Velino attraversato dalla consolare Salaria era stato fittamente popolato di villæ e casæ fin dall’era repubblicana fino ad assurgere a maggior fama al tempo della dinastia Flavia che qui possedeva le proprie residenze nei pressi dell’area sacra di Aquæ Cutiliæ.
Durante l’alto medioevo, nella prospiciente zona collinare si era costituito il nucleo abitato intitolato alla martire Rufina, arroccato sull’area collinare alle pendici del Terminillo.
Il vicus si raccoglieva ordinatamente intorno alla pieve, già annoverata tra le chiese della Diocesi reatina nella bolla emanata nel 1182 da papa Lucio III per definire i confini della giurisdizione ecclesiastica in questo territorio ai margini del Patrimonio di San Pietro.
L’erudito locale Sebastiano Marchesi nel suo Compendio istorico di Civita Ducale dall’origine al 1592 datava al terzo quarto del XIII secolo l’avvio del processo di unificazione territoriale che in poco meno di cinquanta anni avrebbe dato vita ad una terra nova: «i villaggi a nord di Rieti erano di continuo assaliti ed insultati da fuoriusciti dal Regno e da banditi dell’Ecclesiastico che si intrattenevano in questi confini e montagne (…). Per rimediare dunque a tanti inconvenienti e sgravare questi villaggi da tante oppressioni, un Pontefice donò al Re di Napoli di quel tempo Santa Rufina, Lugnano e Cantalice, con alcune altre convicine Castella, unendole con le altre terre dell’Appennino del Regno di Napoli, credendosi con questa occasione snidare da quei confini e montagne sì pessima gente e farne nascere altri buonissimi effetti per allora ignoti ai paesani».
Quando dunque il 15 settembre 1308 Carlo II d’Angiò emanò il Rescritto attraverso il quale sanciva l’intento di costruire un insediamento sul colle di Radicara, in posizione dominante sul tracciato della via Salaria, anche gli abitanti di Santa Rufina furono coinvolti nel processo di concentramento delle popolazioni provenienti dai preesistenti villaggi di Forca Pretula, Rocca di Fondi, Pendenza, Poggio Girardo, Petescia, Lugnano, Valviano, Arpagnano, Cantalice.
A loro fu assegnato, insieme con gli abitanti provenienti da Grotti, Valviano, Menzanola, Ponzano, Silvestrella, Cerqua Montana e Calcariola, il quartiere di Sant’Antimo.
Fino al 1502, le chiese di Santa Rufina furono parte integrante della Diocesi di Rieti cui pagavano regolarmente le decime: nel 1438 e successivamente nel 1475, sono indicate come chiese del Vicariato di Cittaducale, nell’Introito del 1476, infine, si registra che «Ecclesia s. Rufine de villa Sancte Rufine debet solvere pro cathedratico et procuratione fl. 3.Et pro decima grani, grani qr. 1½, sp. 1½».
Con l’erezione di Cittaducale a sede episcopale, Santa Rufina ne seguì le sorti.
Dalla Relatio ad Limina resa nel 1597 da monsignor Giovanni Francesco Zagordo, vescovo di Cittaducale dal 1593 al 1599, abbiamo una puntuale descrizione dell’assetto territoriale della diocesi, che comprendeva la sede episcopale di Cittaducale con le ville di Santa Rufina, Ponzano e Micciani, Castel Sant’Angelo con le ville di Canetra, Paterno, Mozza e Ponte, ed i paesi di Cantalice, Lugnano, Borgo, Collerinaldo, Rocca di Fondi, Pendenza, Calcariola e Grotti.
La chiesa di Santa Maria del Popolo, situata nel perimetro esterno del paese, fu costruita tra il 1526 e il 1533 ad opera dell’ omonima confraternita, a cui il Capitolo Lateranense aveva affidato un terreno «extra villam S. Rufinæ diœcesis Civitatis Ducalis».
I dipinti parietali, a cui va aggiunta la lunetta sovrastante il portale d’accesso con la Madonna in maestà affiancata da San Giovanni Battista e San Giacomo Maggiore, sono stilisticamente ricondotti a Lorenzo e Bartolomeo Torresani: i due affreschi sono caratterizzati dai brillanti cromatismi dello sfondo di paesaggio, che si rivelano in particolare nella più complessa ed articolata narrazione del Transito della Vergine, dove l’azione si sviluppa su due piani, quello terreno della morte e del compianto da parte degli Apostoli, quello celeste della miracolosa Assunzione.
La tutela del Capitolo Lateranense non cessò con l’autorizzazione a costruire la chiesa, garantendo negli anni successivi il decoroso assetto dell’edificio sacro: ne da conferma l’iscrizione inclusa nel gradino della cattedra su cui è assiso, benedicente, Sant’Antonio Abate affiancato dai Santi Martino e Sebastiano nel bell’affresco dell’altare laterale a cornu Evangelii:
DOM(IN)US HYERONIMUS FRANCHA OELLIS NARN(IENS) IS VICE
COMISARIUS LATERNENSE(N)SIS F(UIT) EXECUTOR
Nel libro aperto tra le mani di Sant’Antonio Abate, esposto alla vista dei fedeli, scorre l’iscrizione
INTERCESSIO NOS [QUI] SUM[US] BEATI N[OSTRI] ABBATIS COMMENDETUR QUOD NOSTRIS MERITIS NON VLEMUS EIUS PATROCINIO ASSEQUAMUR
La presenza delle insegne Farnese ed Asburgo, con lo scudo dentellato timbrato di corona aurea, il campo partito, a destra d’oro caricato di stelle d’argento, a sinistra partito di palo rosso fasciato di bianco e bandato d’ oro e d’argento, consente la datazione dell’opera dopo il 1538, anno delle nozze tra Ottavio Farnese e Margherita d’Austria.
L’altare laterale a cornu Epistulæ è dedicato invece al Transito della Vergine Maria.
Il catafalco sul quale è deposto il corpo della Vergine, il capo poggiato su un origliere bianco decorato da nappe, la coltre giallo oro dalle pieghe composte, è attorniato dagli undici Apostoli che hanno condiviso con lei i tempi difficili ed esaltanti della Chiesa nascente.
I loro volti sono compunti, ma i gesti sono misurati, rivolti alla preghiera nella confidente certezza della vita eterna a cui è destinata Maria, la madre di Cristo sine labe originali concepta.
Pietro, la tunica bianca ricoperta da un piviale color d’oro foderato di verde, legge nel libro liturgico l’iscrizione
PATER NO/STER QUI/ I CELIS/IFICETU/OME TUU/DVENIAT/REGNU/ E MI/CHI DO/NICH/SUT/MEI
La porzione mancante del testo del Pater noster è coperta dal braccio dell’Apostolo, teso a sottolineare col gesto le parole della preghiera intonata coralmente dagli Undici.
Nel registro superiore dell’affresco, circoscritto da uno stucco geometrico a rosette sovrapposto in tempi successivi alla decorazione parietale, nella consueta cornice di nuvole morbide e compatte tipica dei modi compositivi dei Torresani, su un luminoso sfondo color d’oro si staglia l’immagine della Madonna in trono, le mani giunte in atto di preghiera, lo sguardo teso verso il cielo da cui si libra in volo sul suo capo la Colomba dello Spirito Santo.
In basso, a sinistra, è inginocchiato al cospetto della Vergine l’Apostolo Tommaso che ha appena ricevuto il cingolo dalle mani della Madonna.
Non è da escludere che all’ origine la decorazione parietale si estendesse al di là delle architetture à trompe-l’-œïl che attualmente delimitano i due altari laterali: un eventuale, auspicabile sondaggio sarebbe utile a dissipare ogni dubbio favorendo la plausibile restituzione di una interessante pagina della locale arte sacra precedente al Concilio di Trento.
In anni recenti, la parete del presbiterio ha restituito la bella immagine della Madonna del Popolo raffigurata nelle sembianze di una giovane popolana, la veste rossa allacciata da una fettuccia annodata sotto il seno da cui sporge appena il bordo candido della camicia, i capelli raccolti ordinatamente sotto la cuffia su cui poggia il mantello di ricco broccato foderato d’azzurro teso a proteggere uomini e donne, giovani e vecchi, che si rivolgono a lei in preghiera. Tra i devoti, ritratti per lo più di tre quarti o di profilo, si distingue un flagellante ritratto di spalle, la bianca tunica legata in vita dal cingolo, il cappuccio sul capo a celare l’identità, la schiena piagata, il flagello legato al polso.
Nel corso dei secoli, la chiesa intitolata a Sancta Maria de Populo fu sede della confraternita del SS.mo Rosario e della confraternita dei Bifolchi sotto il titolo della B. Maria Vergine che si associarono alla Congregazione della B. Vergine Maria: non è da escludere, considerando il soggetto dell’immagine mariana, che proprio i membri di queste confraternite ne fossero i committenti, che si risolsero a rivolgersi alla bottega Torresani.
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