Generazioni, legno, maestrìa. A Terria di Contigliano una storia italiana.
A ovest di Rieti, presso la confluenza del Fiume Turano nel Velino, sorge Terria – antico borgo rurale che presidia le vaste pianure fertili a nord di Contigliano; sul tracciato che porta di qui a Montisola – in prossimità della Riserva naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile.
Terria è insediata su un crinale dominante le grandi estensioni agricole: l’altura è risalita dalla Strada Provinciale 1 “Reopasto”, che da Rieti conduce al borgo medievale di Reopasto, abbandonato da decenni – alla punta settentrionale del Comune di Contigliano, lungo il Velino – alla soglia dell’Umbria, a breve distanza dalla Cascata delle Marmore.
Su questa intersezione di acque, di strade, di mirabili contesti ambientali, si articola l’abitato di Terria. Case e botteghe formanti una vasta corte (forse unicum insediativo nel reatino), allungata tra due notevoli emergenze:
– all’estremità nord il borgo è concluso infatti dalle masse imponenti del Castello dei Duchi Varano; già Vincentini (dal XVI secolo), poi Vincenti Mareri – che ad inizi del XIX secolo commissionarono al Valadier l’odierna mirabile configurazione architettonica;
– mentre all’estremità sud del borgo si innalza il Colle di Terria – altura dalla sommità boscosa – ove dal XVII secolo è attestato (tuttora riconoscibile) un roccolo chiuso da alti lecci: per la pratica dell’aucupio, ovvero per la cattura di uccelli tramite reti.
A valle – a ridosso di questa formazione collinare, assieme naturale e antropica, si colloca la Falegnameria Pariboni: da oltre cent’anni, dalla originaria dimensione di bottega unita all’abitazione, all’attuale sviluppo di costruzioni remote e recenti – in parte sviluppate entroterra, incassate sotto alle pendici del Colle: senza sovrapporsi né deteriorarne la fisionomia, né l’apparato arboreo dell’altura.
L’economia storica di Terria – che Giulia Vincenti Mareri dotò di acquedotto nella seconda metà dell’Ottocento; e che dal 1935 ebbe anche di una stazione ferroviaria, sulla linea Terni Rieti L’Aquila Sulmona – è basata ovviamente sulla coltivazione agricola. Erano strettamente indispensabili e correlate al sistema aziendale agrario (diviso in poderi gestiti in mezzadria), le attività artigianali locali – entrambe tuttora presenti nel borgo: il fabbro e il falegname, per la realizzazione degli strumenti della produzione, e dei mezzi di trasporto. La Falegnameria in particolare, condotta da Gioacchino Pariboni negli anni venti del Novecento, poi dal figlio Massimo fino agli anni settanta – è impegnata nella costruzione di carri carrozze e bighe – realizzate in legno e ferro, come l’esemplare recentemente ritrovato, ora in fase di restauro.
La costruzione “dei cocchi” – nell’accezione usuale, non soltanto di carri leggeri a due ruote – determina anche “il soprannome” ovvero la qualifica di Gioacchino, di suo figlio Massimo, del figlio Gioacchino classe 1948: i Facocchi, cioè i costruttori di carri.
Scrive Gioacchino, attuale conduttore della Falegnameria assieme ai figli Massimiliano e Marco, e ai nipoti Tommaso e Francesco: “… la cosa più da maestrìa erano le ruote, al centro la grande boccola in ghisa fissata nel barile, per l’ancoraggio degli assi alle ruote; i raggi cilindrici in legno; i quarti di cerchio in legno; il tutto contenuto da un cerchio in ferro …”.
E su questi cerchi ancora negli anni settanta, gravava tutto il carico e la fatica dei campi – mentre tutt’attorno il Paese correva ben più veloce, sulle vie dell’industrializzazione, del boom, dell’espansione edilizia; e naturalmente degli iper-consumi, secondo dinamiche sconosciute a tutti i tempi a tutte le storie precedenti. Così la Falegnameria Pariboni vive una prima ri-generazione, da inizi anni settanta in poi – guidata da Gioacchino: lavori in legno in tantissime case, nuove e ristrutturate; porte e finestre, e poi arredi: da abitazioni prestigiose e negozi e ambiti professionali; fino a spazi istituzionali – fino alle stanze preziose del Ministero della Cultura a Roma a San Michele a Ripa, e altro ancora:
Nel 1997 un passaggio epocale: entra in Falegnameria la prima macchina a controllo numerico, per la produzione seriale di componenti in legno – inizialmente applicata soprattutto alla realizzazione di serramenti esterni. Da quella fase l’ulteriore crescita qualitativa e quantitativa, è poggiata tutta sul connubio tra cultura antica e sapienza del legno – e gestione computerizzata e meccanizzazione dei processi produttivi. E comporta una seconda ri-generazione – prima impensabile – negli ultimi otto anni, guidata ancora da Gioacchino:
la grande capacità artigianale, mai abbandonata e restata nelle mani vecchie e nuove di tre generazioni familiari, tutte insieme al lavoro;
e l’utilizzo di macchine giunte al quinto e ora sesto stadio della loro evoluzione:
conducono assieme dall’arredo di case, all’arredo di magnifiche barche di lusso.
Dalle acque dolci antiche di Terria, ai mari di tutto il mondo: bellissima storia italiana, fatta di radici profonde che non smettono di nutrire il futuro; fatta di futuro nel quale la tradizione è viva e attiva. Senza comunque abbandonare Terria: il luogo delle origini vale di più di un lotto qualsiasi in un insediamento industriale.
Ma la preservazione delle origini non implica rinunce in termini di aggiornamento tecnologico e produttivo: la Falegnameria impegna gli strumenti più nuovi, e immagina e programma mezzi e modalità ancora più avanzate.
Dai carri alle case; agli spazi in movimento sul mare – di splendide imbarcazioni, che sono a loro volta un punto di forza e d’orgoglio del Made in Italy. È una bellissima questione di amore per il lavoro; e anche una questione familiare, che coniuga capacità vecchia e supernuova; e porta fino in mare la maestrìa antica dei carri di Terria, e la fatica millenaria dell’agro reatino.
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