Dalla Sibilla Appenninica agli Angeli del Campidoglio – Sibille in transito
Cascia, 22 maggio. Nel cuore dell’Appennino è particolarmente celebrata la festa di Santa Rita. Un luogo caro agli Agostiniani, con la comunità di monache agostiniane che hanno la custodia della Santa delle cose impossibili perché, come si tramanda, fu miracolosamente trasportata all’interno del convento di Cascia che si opponeva al suo desiderio di farsi monaca per le sue sofferte vicende familiari (vedova di marito assassinato e figli morti in tenera età). Divenne così anche lei monaca di S. Agostino fino alla sua morte il 22 maggio 1457; incerta rimane la data di nascita, intorno al 1386, a Roccaporena frazione di Cascia. Con il Papa Leone XIV, agostiniano e primo pontefice al soglio pontificio, le celebrazioni della festività hanno avuto ovviamente il maggior risalto a Roma e nel mondo: innumerevoli i devoti della Santa. Anche Rieti celebra il dies natalis, con solenni funzioni, adorazione delle reliquie nella Basilica di S. Agostino, cuore dell’ordine agostiniano nella città di Rieti da cui si diffuse il culto della Santa raffigurata nella cappella a lei dedicata con il quadro “Estasi di S Teresa” di Lattanzio Niccoli 1643). Continua anche la tradizione della benedizione delle auto in via Morroni e la distribuzione delle rose benedette presenti nell’iconografia di S. Rita. Un risalto particolare arriva da un articolo della giornalista e storica dell’arte Maria Milvia Morciano su Vatican News del 22 maggio, dal titolo “Santa Rita e il monte della Sibilla”. Nell’incipit: “Il mito della Sibilla appenninica e la figura di santa Rita continuano ancora oggi a dialogare attraverso il paesaggio”; quanto al loro rapporto, mentre la figura della Sibilla entrava nel folklore, cresceva invece la devozione verso Santa Rita “figura di protezione e intercessione profondamente radicata nell’Appennino umbro”. Papa Francesco ne definì il profilo: “donna, sposa, madre, vedova e monaca” e la sua vocazione apostolica perseguiva in ogni forma e circostanza la pace. Vi sono spunti per riprendere il tema delle Sibille, già trattato in un recente articolo cui si rimanda, in quanto le profetesse sono ancora oggi presenti per l’interesse degli studiosi, ma anche per il radicamento identitario. Tra gli studiosi si segnala la nuova edizione bilingue del Meschino, altramente detto il Guerrino, poema di Tullia d’Aragona (Roma, 1510 circa-Roma, 1556), curata dalla professoressa arcade Julia Hairston, Roma Tre, American University of Rome e presentata il 22 aprile scorso alla Fondazione Marco Besso di Roma.
Nell’opera la Sibilla Appenninica parla in prima persona e dice di essere la Cumana. Quella di Virgilio e di Enea: “io che vidi Roma nascere”. Così la Sabina si lega direttamente alla profetessa che preannunciò Roma e alle Sibille quali figure di frontiera tra mito e cristianesimo. Sul piano identitario, ad Ascoli Piceno per tutta l’estate Omar Galliani presenta una mostra “L’eco della Sibilla”. Le sue figure non stanno in templi, stanno nelle case, nei campi, nei conventi. Sono donne dell’Appennino, tornate a parlare anche oggi. Centrale la Sibilla Appenninica o nursina o ascolana, leggendaria custode di un sapere profetico intimamente legato ai monti Sibillini. Una comunità che si riconosce nella propria storia. Da ricordare che la Sibilla Appenninica ha già degna rappresentazione nel Palazzo del Governo di Ascoli Piceno, nel dipinto parietale di Adolfo De Carolis (1907-1908), con scene allegoriche legate al mondo contadino e pastorale del Piceno.
Ascoli Piceno la cui fondazione risale a un ver sacrum sabino a seguito del picchio oracolante. Al di sopra della Sibilla, seduta e pensosa, la frase che la Sibilla Cumana suggerisce ad Enea: va con più coraggio, non cedere alle avversità “ne cede malis audentior ito” (l’Appenninica era la Cumana?). Ma anche altre Sibille si ripropongono: dopo la mostra “Sibille voci oltre il tempo, oltre la pietra” a Palazzo Farnese di Piacenza, conclusasi questo maggio, fino a novembre 2026 le Sibille al completo abitano quel capolavoro del pavimento del Duomo di Siena. Bill Armstrong le ha reinterpretate come “immagini in transito attraversate da una tensione tra rivelazione e perdita”. Appaiono e svaniscono. “Non sono oracoli completi”, dice l’artista americano, “Sono frammenti di luce. Tocca a noi finire la profezia”. Ma un altro evento si inserisce in questo percorso “quantistico” della Sibilla sabina. Si arriva a Rieti dove in San Rufo, in piazza del Centro Italia, si ammira l’Angelo Custode dello Spadarino (1618). Ora è in prestito al Campidoglio a Roma per la mostra “Angeli – Messaggeri, custodi e viandanti, le sublimi creature dall’Antico al Contemporaneo”.
Una figura di custodia, radicata nella stessa terra di Egeria che ispira Numa Pompilio, il re romano che riuscì a mantenere la pace per i suoi 40 anni di governo. Angeli e Sibille. Il cerchio si chiude a Santa Maria della Pace, a Roma. Raffaello ha dipinto nel 1514 quattro Sibille: Cumana, Persica, Libica e Tiburtina, che ascoltano l’annuncio degli angeli. È l’unica rappresentazione che le vede insieme. Il Guattani, nei suoi Monumenti Sabini (II, p. 254), “ragionando sulle imparegiabili (sic) Sibille del Sanzio”, ricorda di aver posto, in altro suo scritto, il problema del numero delle Sibille, non sempre coincidente con l’elenco più accreditato di Varrone che tra le dieci da lui elencate “osservo non esservi la Nursina, ma solo la Tiburtina che ai Sabini appartenga…forse che una stessa ebbe più nomi…ma niente di più incerto e favoloso quanto l’istorico di queste pitonesse del Paganesimo”. Dalla festa di Cascia al marmo di Siena. Da Ascoli all’Angelo dello Spadarino, fino agli affreschi di Santa Maria della Pace. Le Sibille non sono scomparse. Hanno solo abbassato la voce. E oggi parlano come una donna dell’Appennino e sono nel patrimonio culturale identitario del vasto territorio di riferimento.
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