Dai Preraffaelliti al Guado Reatino e Anita Garibaldi
A cura di Maurizio Marchetti

Fig1 – Frederick Cayley Robinson. Acts of Mercy: The Middlesex Hospital Paintings. The Doctor, 1929. Londra, Wellcome Collection.

A Forlì una mostra irripetibile per organizzazione espositiva, nel prestigioso complesso Museale di San Domenico, propone un’importante testimonianza del movimento britannico dei Preraffaelliti. Detto movimento, tra gli anni Quaranta dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, fece riferimento agli antichi maestri del primo rinascimento italiano, in particolare toscani, per rinnovare “in purezza” i dettami della Royal Academy nei tempi della rivoluzione industriale, proponendo anche un Medioevo fantastico e leggendario (Gothic Revival, ciclo di Artù).

Nella ricchezza e varietà delle opere esposte (catalogo imponente e prezioso, Cimorelli editore) si distingue una serie di 4 grandi affreschi di Frederick Cayley Robinson (vicino a Burne-Jones, un caposcuola dei Preraffaelliti), intitolata Acts of Mercy, commissionati nel 1912 da un mecenate per il Middlesex Hospital al centro di Londra. Quel che colpisce nell’affresco “The Doctor” del 1920, nella variegata rappresentazione di personaggi maschili in abbigliamento tipico, è che quattro di loro indossano pantaloni con ampio risvolto che richiamano i jeans con risvolto come in voga ai nostri tempi.

Va detto che il risvolto ai pantaloni è ampiamente attribuito a Edoardo VII, principe di Galles (1841-1910), allo scopo di non sporcarsi prima di una passeggiata in campagna sotto la pioggia.

Quanto il pittore abbia rappresentato un tessuto jeans si può anche sostenere, considerando il  color blu inseparabile componente dei jeans, così nominati dalla città  di Genova principale centro di assemblaggio  dai vari luoghi di produzione. Il blu dei jeans merita una notazione di storia locale. Per secoli la pianta da cui si ricava il colore blu usato in tempi moderni per i jeans, la quale è nota come guado (isatis tinctoria), ha interessato l’agricoltura reatina, citata anche per l’abbondanza di coltivazione da Loreto Mattei: “de au ce n’è lu morbu che percote”, in lingua si intende che di guado ce n’è la puzza enorme. Diversi mulini da guado costeggiavano il Velino a valle ovviamente di quelli a grano.

Fig. 2 Da I 4 arazzi sul Santo Graal 1890-1893 (Edward Burne-Jones, William Morris, John Henry Dearle), foto mostra. 

Cruciale fu, come riporta il Comizio Agrario di Rieti del 1866, “la guerra cogli inglesi”, rotto ogni commercio colle Indie aveva fatto mancare all’Europa molti prodotti e specialmente l’indaco. Napoleone aveva promesso pubblico premio amplissimo a chi ne avesse trovato un succedaneo. Questo premio guadagnò unico in tutto l’impero il Marchese Lodovico Potenziani di Rieti, traendo, d’appresso le più accurate analisi chimiche fatte operare dall’istrutto farmacista reatino Giovanni Petrini, quel principio dal guado, coltivazione antichissima dell’agro reatino oggi abbandonata.

Del che fece noto il processo per i pubblici giornali di quell’epoca e volle il ministro di Manifatture e del Commercio di Parigi Conte De Sussy, che per tutto l’Impero si diffondessero le istruzioni per la coltura e preparazione del guado. Un francese temerario non pure osò arrogarsi il merito della scoperta, ma ebbe audacia di prendere a prestito le stesse parole del Potenziani. “Il plagio fu battuto, e ammutolì svergognato innanzi alla pubblica stampa”. Informazione che il Comizio Agrario riporta da “Cenni biografici degli uomini più distinti di Rieti per l’ avv. Antonio Colarieti, Rieti tipografia Trinchi 1860”, alla voce Ludovico Potenziani. Potrà interessare, tornando per breve ai Preraffaelliti, che la cappella funeraria dei principi Potenziani a Colle San Mauro, Rieti, a seguito degli studi della storica dell’Arte reatina Prof.ssa Letizia Rosati, risulta decorata dal pittore romano Pietro Mengarini, vicino al Giulio Rolland che affrescò nel 1901 il teatro Vespasiano e che a Roma frequentò la cerchia di Giovanni Costa, riferimento romano dei Preraffaelliti (sue opere sono esposte nella mostra di Forlì).

Fig. 3 Isatis tinctoria, guado

Echi di quella confraternita si rivengono nelle pitture della cappella che, con il notevole impiego dell’oro zecchino, costituisce un unicum nella città reatina. Tornando al guado, oltre all’importanza attribuitagli da Napoleone, si pensi alle divise militari, i blu jeans ebbero grande diffusione e anche Garibaldi e i suoi seguaci li indossarono. Nel Museo Centrale del Risorgimento sono conservati quelli che calzava sotto la camicia rossa, ritenuti i più vecchi jeans del mondo, come poi sostengono al Museo, e sono milioni le persone che vengono a vedere i jeans del Generale esposti al Vittoriano dal 2021. E Garibaldi e la sua Anita a Rieti hanno lasciato una indelebile affettuosa memoria, come raccontano le cronache del loro soggiorno nel capoluogo sabino e le varie iniziative succedutesi per celebrare il legame. Quest’anno poi è stato particolarmente significativo per il gemellaggio di Rieti con Laguna (Brasile) che dette i natali ad Anita. Ricorrendo il 175° anniversario della presa di quella città con il contributo delle formazioni volontarie garibaldine, le autorità  di Laguna hanno dato vita a una serie di iniziative per celebrare l’evento invitando anche rappresentanti delle istituzioni  e della cultura reatina come l’associazione culturale “Domenico Petrini” e “Associazione culturale di Anita” che mantengono da tempo contatti, grazie alla figura di Anita Jesus de Ribeiro da Silva Garibaldi che nel soggiorno reatino fu importante presenza nell’organizzazione logistica garibaldina presso il Palazzo del marchese Colelli, dal 25 febbraio al13 aprile 1849, accolta e integrata nella società reatina, che mantiene vivo l’affettuoso ricordo. Quanto al “guado che fu”, rinviamo infine all’articolo, con le pertinenti foto, di Emanuela Varano, che ricorda, con compiuta empatia, la famiglia Ponam trasferitasi dalla Francia a Rieti all’inizio del ‘700 ed oggi estinta, che legò il suo nome alla coltivazione del guado. La Villa dei Ponam, attualmente in stato di abbandono, è ritenuta uno dei migliori esempi d’arte tardo barocca del Lazio e meriterebbe certamente un intervento completo di restauro. Sembrerebbe non si sia persa la speranza. 

Fig. 4 Il cortile di Palazzo Colelli

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