L’ambizioso progetto L’Aquila Città Multiverso, accolto nel marzo 2024, è oggi realtà: in esso, trova spazio adeguato il «modello replicabile di sviluppo sostenibile anche per Rieti e per le aree interne italiane ed europee».
Benché per secoli le due città siano state per secoli il variegato e conflittuale confine tra Stato e Regno, furono molteplici i ponti gettati attraverso la cultura, l’arte, la religione grazie alle scelte illuminate realizzate da persone che meritano il ricordo attraverso i documenti d’archivio, gli edifici, i beni artistici dei territori contermini aquilani e reatini.
Tra questi, meritano di essere ricordati il conte Angelo Maria Ricci, patrizio aquilano, reatino e romano, e il conte Giacinto Sardi Vincenti Mareri, barone di Rivisondoli che nella prima metà dell’Ottocento collaborarono attivamente per illustrare le lettere e le arti, non solo per accrescere i beni personali ma per incrementare iniziative private e pubbliche per la collettività.
Angelo Maria Ricci, nato nel settembre 1776 nel palazzo di Mopolino, spirato nella primavera del 1850 nel palazzo reatino di piazza del Leone , fu accolto in Arcadia giovanissimo con il nome di Filidemo Liciense, pubblicando poemetti in versi latini e trattati filosofico-letterari in lingua corrente. Dal 1808, assunse a Napoli l’incarico di bibliotecario e precettore per i figli di Gioacchino Murat a cui seguì la cattedra di eloquenza presso la Regia Università. Dopo la restaurazione, il conte Ricci si ritirò a vita privata fra Mopolino e Rieti con la moglie Isabella Alfani dedicandosi alla letteratura.
Giacinto Sardi dei baroni di Rivisondoli era nato a L’Aquila il 25 luglio 1793, presto affiliato a Rieti ad Alessandro Vincenti Mareri senza prole per assicurare l’avita discendenza della famiglia fu per quattro mandati Gonfaloniere della città al tempo del buongoverno pontificio. Munifico e lungimirante, non soltanto si avvalse della collaborazione di Giuseppe Valadier per il riassetto del palazzo di famiglia in via degli Abruzzi, della cappella di Santa Caterina in cattedrale e dell’avito castello di Terria, ma dopo aver contribuito in maniera determinante alla fondazione della Cassa di Risparmio promosse la costruzione di un grande teatro in muratura donando liberalmente al Comune l’area fabbricabile e cooperò con il conte Francesco Cerroni, di cui fu esecutore testamentario, per l’istituzione di uno ptocomio, attualmente consolidato e destinato allo studentato dell’Università.
Dal matrimonio del conte Giacinto con Maria Maddalena Varano nacquero otto figli. Il primogenito Ippolito ebbe a sua volta dalle nozze con Giulia Cenci Bolognetti i figli Alessandro, destinato a proseguire il casato Vincenti Mareri, ed Alfonso che lo zio Rodolfo, ultimo dei Varano di Ferrara, aveva designato suo erede universale e per effetto del Decreto Reale del 30 maggio 1884 ottenne per sé e per la sua discendenza il cognome Varano.
Tra i due nobiluomini, separati pressoché da una generazione ma consapevoli delle comuni radici, interessati al bene comune, resta esemplare la collaborazione intrapresa con Giuseppe Valadier, influente architetto dei Sacri Palazzi pontifici, che dagli anni ’20 per un ventennio lavorò a Rieti, a Terria, a Mopolino, a Montereale.
Se Giacinto Sardi Vincenti Mareri ebbe un ruolo positivo per mettere in contatto Angelo Maria Ricci con Valadier consentendo di consolidare e riallestire le proprietà di casa Ricci sospese alla morte di Giovanni Stern, sono più controverse le relazioni imbastite con monsignor Ferdinando, canonico della cattedrale, quando negli anni ‘30 l’amministrazione del Buongoverno stabilì di dotare la città di Rieti di un teatro in muratura, più solido e sicuro rispetto al Teatro dei Condomini realizzato in legno nel XVIII secolo da Giuseppe Viscardi, architetto e pittore di buona fama
Il nuovo Teatro del Velino dotato di quattro ordini di palchi per un totale di 100 palchi “oltre il lubione”.avrebbe occupato la medesima area.
La spesa prevista nel 1838 era di 10.000 scudi; il finanziamento avrebbe dovuto consistere nella sottoscrizione di azioni da cento scudi ciascuna, da corrispondere annualmente con quote di scudi 25 per la durata di quattro anni.
La prima sottoscrizione per l’acquisto dei palchi, intrapresa fin dagli anni ’30 dell’Ottocento, vede figurare per due palchi il conte Giacinto Vincenti Mareri, per un palco ciascuno il cavalier Filippo Rosati, Benedetto Ricci – fratello di Angelo Maria e di monsignor Ferdinando – il canonico Leoni, Mariano Crispolti, Alessandro Colelli, Cesare Viscardi, Giuseppe Zapparelli, Raffaele Piccadori, Isabella Marefoschi Capelletti, Valerio Vecchiarelli, Camillo Stoli, Filippo Carocci, Alessandro Vincentini, Giuseppe Tomassi, Giuseppe Rosati, Fausto Saggi, Francesco Vincentini.
La Deputazione Teatrale insediata dal Gonfaloniere Basilio Potenziani era costituita da Giacinto Vincenti Mareri, Benedetto Ricci, Giuseppe Tommasi. Tanto l’ingegner Poletti, quanto l’architetto Ceccarini avevano presentato dei progetti, il primo ipotizzando il sostanziale riutilizzo dell’area del preesistente stabile – dall’orto del Capitolo al fabbricato Vincentini al forno Potenziani – l’altro, invece, individuando come più adatta l’area dell’orto Stoli su piazza del Leone.
Il progetto dell’architetto Giovanni Ceccarini, già approvato dall’Accademia di San Luca, sembrò il più meritevole d’attuazione, ma sollevò le speciose critiche del canonico Ferdinando Ricci, portavoce di S.E. monsignor Filippo dei conti Curoli vescovo di Rieti, sostenendo che la costruzione del teatro avrebbe provocato “danno, e disturbo” alle Maestre Pie Venerini ed ai Seminaristi, ostacolando peraltro le pubbliche funzioni della piazza: le processioni solenni, in specie quella della venerata Madonna del popolo, “il passaggio delle truppe, con parco d’artiglieria (…) in tempo di terremoto (…) la costruzione delle così dette baracche”. Insomma, la costruzione del teatro in quella piazza sarebbe risultato “dannoso, nocevole, inopportuno”.
Invano i novatori si sforzarono di dimostrare la pretestuosità della contestazione: al tempo della costruzione del teatro dei Condomini, altrettanto prossimo al Seminario vescovile, vicino alla comunità delle Benedettine di Santa Scolastica, “claustrali velate”, mentre le Maestre Pie “non fanno voti e possono a loro piacere rivivere al secolo e maritarsi”.
Secondo i membri della Deputazione Teatrale, monsignor Curoli era condizionato dalle pressioni del canonico Ricci per “irragionevoli pretesti di una famiglia straniera con tanta benevolenza accolta, e ricolma di considerazione, di onori, di ricchezze nella nostra città”.
In realtà, il nobile casato aquilano dei conti Ricci si era innestato a Rieti fin dagli inizi del XVII secolo quando una Artemisia Ricci era andata in sposa al patrizio Alessandro Vincentini. Due secoli più tardi, Giovanni Paolo Ricci (1676-1727), figlio di Anton Maria tenente delle Milizie del Regno e Cameriere d’onore di papa Clemente X, avrebbe preso in moglie la reatina Ginevra Fabri trasferendosi stabilmente nella città ai confini fra Stato e Regno. Il matrimonio di Giovanni Paolo e Ginevra fu benedetto dalla nascita di numerosa prole, di cui raggiunsero la soglia della maturità cinque figlie femmine ed un maschio, destinato a ripetere nel nome e nella dignità il nonno Anton Maria.
Questi fu infatti Regio Tesoriere, legandosi attraverso un’accorta strategia matrimoniale ai casati più illustri del tempo. Prese infatti in moglie Angela Teresa Centi e, alla morte di costei, sposò in seconde nozze Rosa Potenziani.
Fra le sorelle, quattro – Suor Maria Felice, Suor Angiola Maria, Suor Maria Eletta, Suor Angela Teresa – entrarono nel monastero benedettino di Santa Scolastica, una soltanto, Angiola Ludovica, andò in sposa al patrizio Ludovico Carli.
Anche la successiva generazione dei Ricci fu prolifica e ben radicata nella buona società: dai due matrimoni di Anton Maria nacquero i maschi Michele, Riccio e Serafino, destinato a raccogliere l’eredità paterna con la qualifica di Regio Tesoriere che conferiva lustro al blasone comitale, e le femmine Ginevra, Cecilia, Suor Bernardina e Suor Maddalena, anch’esse monache benedettine della comunità di Santa Scolastica.
Dal matrimonio di Serafino Ricci con la nobildonna aquilana Giuseppa Pica erano nati Rosa, Barbara, Lucrezia, Celestino, Ranuccio, Benedetto, Giovanni, l’arcidiacono Ferdinando, l’illustre poeta Angelo Maria.
Questi furono i protagonisti dei fatti.
Nel 1839, il Delegato Apostolico Caracciolo fece espresso divieto di costruire il nuovo teatro in piazza del Leone.
Fu dunque inevitabile riprendere da capo la questione: un nuovo architetto, un nuovo progetto, un nuovo capitolato e, soprattutto, un nuovo spazio dove costruire l’edificio in muratura quando il conte Giacinto donò liberalmente al Comune l’area prospiciente al palazzo di via degli Abruzzi in cui si trovavano le scuderie con le stalle dei cavalli e le rimesse per le carrozze.
La nuova costruzione fu intrapresa nel 1854 dall’architetto Vincenzo Ghinelli di Camerino.
Con l’unità d’Italia, quando ormai i lavori erano giunti ad una fase assai avanzata di realizzazione, il progetto fu revisionato dall’architetto Achille Sfondrini e finalmente il teatro intitolato ai fasti dell’imperatore Vespasiano fu inaugurato il 20 settembre 1893: ormai, i protagonisti di un tempo passato erano fatalmente dimenticati.
La fausta occasione che per il 2026 associa L’Aquila e Rieti come città della cultura potrà restituire i meriti di personaggi di straordinaria levatura che hanno contribuito alla storia, alla letteratura, alle arti.
È pubblicato negli Annali dell’Associazione storica per la Sabina 16 2025 il saggio La chiesa gentilizia di San Domenico a Mopolino. Evergetismo e devozione nel Vicariato di Montereale tra Stato ecclesiastico e Regno (pp. 147 – 170) che tratta diffusamente delle opere di carattere sacro progettate e realizzate da Giuseppe Valadier per i due committenti d’eccezione, Angelo Maria Ricci e Giacinto Sardi Vincenti Mareri.
Gli interessati al volume possono rivolgersi all’Archivio di Stato di Rieti.
Giuseppe Valadier, modellino della cappella di Santa Caterina d’Alessandria,
Rieti, cattedrale di Santa Maria Madre di Dio
conservato presso il Museo Civico
In questi frangenti, sollecitato dal conte Vincenti Mareri Valadier accettò di buon grado di soddisfare la richiesta dei committenti, in particolare del letterato Angelo Maria Ricci legato da fraterna amicizia con i più importanti artisti del tempo, così intervenendo nel riassetto della chiesa gentilizia di San Domenico a Mopolino, parte integrante del complesso del palazzo dei conti Ricci (1), patrizi aquilani e reatini fino alla fine del XIX secolo.
A differenza dell’originale assetto della cappella Vincenti Mareri nella cattedrale reatina, il progetto denominato Chiesina del sig. Ricci di Mopolino (2) datato all’anno 1820 fu contrassegnato dalla scelta di uniformare i nuovi elementi con lo stile architettonico già presente.
Giuseppe Valadier, Chiesina del sig. Ricci di Mopolino 1820
Le maestranze incaricate a realizzare in pratica il progetto di Valadier furono in grado di soddisfare i committenti.
Nel 1828, agli inizi di settembre, il vescovo Gabriele dei conti Ferretti (3) vescovo di Rieti intraprese la Sacra Visita nel territorio del Vicariato di Montereale.
Il 6 di settembre, di sabato, fu a Mopolino «magnificamente accolto, e lautamente trattato in casa degli Ill.mi Signori Ricci Patrizi Aquilani e Reatini» (4) prima di visitare la chiesa filiale di San Domenico adiacente al palazzo.
L’estensore della Sacra Visita descrisse con cura la chiesa appartenente «intieramente» (5) ai conti Ricci ma aperta al culto per i fedeli del paese dove mancavano altri luoghi di culto.
Grazie ai Privilegi e Benefici di casa Ricci, il chierico Benedetto Circi diceva Messa sedici volte alla settimana in San Domenico a Mopolino, quattro volte in Santa Croce a Borbona.
La chiesa, da poco riallestita secondo i dettami di Valadier, vantava «pianta rettangolare quasi quadra, a volta di buon disegno, con stucchi e dorature (…). In un decente Tabernacolo qui si conserva sempre il S. Sacramento per Privilegio Apostolico, che si godeva dalla famiglia Ricci nella propria Chiesa in Montereale, distrutta dal terremoto del 1703». (6)
Altare maggiore della chiesa di San Domenico a Mopolino
Presso agli altari laterali «di buona architettura» (7) dedicati rispettivamente a cornu Evangelii al SS.mo Crocifisso ed a cornu Epistulæ alla Madonna delle Grazie erano apprezzate le statue in stucco raffiguranti Sant’Anna, San Giuseppe, Sant’Antonio di Padova e Sant’Angela Merici, simili per fattura ai bassorilievi di San Pietro e San Paolo ai lati dell’altare maggiore. La raffinata esecuzione plastica, antico retaggio della bottega degli scultori di Montereale, contrastava con la decorazione delle tele «di mediocre pennello». (8)
In controfacciata, sopra alla bussola in noce, il verbale della Visita registrava ancora la cantoria e l’organo realizzato nel 1794 da Damaso Fedri Fedeli. (9)
L’organo nella cantoria in controfacciata
Figlio dell’organaro Adriano Fedri nativo di Atri, trasferitosi nel 1745 a Rieti, si era affermato nell’ultimo quarto del XVIII secolo proseguendo l’attività della bottega insieme con il fratello Emidio: già nel 1788 aveva rifatto le canne dell’organo costruito quaranta anni fa dal padre della collegiata di San Michele Arcangelo a Contigliano, nel 1790 aveva restaurato l’organo della chiesa di San Rufo, nel 1792 aveva costruito l’organo della chiesa di Sant’Andrea a Collebaccaro, nel 1793 aveva dotato dell’organo la chiesa confraternale di Santa Maria del Soccorso a Rieti. Nel 1794, oltre all’organo di San Domenico a Mopolino aveva lavorato per la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo al Borgo di Rieti e per la chiesa di Santa Maria della Pietà a Castel San Pietro. Ancora nel 1801, il conte Serafino Ricci insieme con i figli commissionò l’organo della chiesa di Santa Maria degli Angeli di Capitignano all’organaro che si firmò nel lato destro della tavola delle riduzioni DAMASI FEDRI FEDELIO FECIT 1801.
Questa chiesa era stata costruita in memoria di una miracolosa apparizione della Madonna piangente lacrime di sangue che nel 1657 si era mostrata ad una pastorella raccomandando la conversione dei cuori, così da preservare il paese dalla carestia e dalla peste.
Il conte Serafino Ricci, devoto alla Madonna con il titolo della chiesa di Capitignano, compose le due iscrizioni allestite nella secreta del somiere maestro dell’organo realizzato da Damaso Fedri.
Alla sinistra, l’epigrafe spiegava che l’organo era stato dedicato allo scopo di lodare Dio con la musica e con il canto, alla destra invece dava credito al pagamento dei 3.000 denari per la costruzione dell’organo allo scopo di sciogliere un voto.
Al letterato Angelo Maria Ricci spettò invece di comporre i versi del canto Salve, per quelle lagrime intitolato nelle solennità del 21 giugno, data del miracolo, e del 2 agosto di ogni anno.
Nella sagrestia della chiesa di San Domenico erano enumerati diligentemente il coretto, l’armadio per i paramenti, i due genuflessori, il lavamani in marmo.
Sabato 6 settembre, il vescovo Gabriele Ferretti «nella Visita di questa Chiesa, altro non fece, se non ammirare, e lodare». (10)
Resta nella chiesa gentilizia di San Domenico a Mopolino il segno raffinato di Valadier, l’architetto dei Sacri Palazzi che si era già misurato nella sistemazione del duomo di Spoleto, nella ricostruzione del duomo di Urbino, nella progettazione delle chiese di Santa Maria Assunta di Gerano Diocesi di Tivoli e di Santa Maria Porto della Salute Diocesi di Porto Santa Rufina secondo i dettami del suo Manuale di architettura pratica. (11)
A Rieti invece, nella chiesa di San Giovenale e nella basilica minore di Sant’Agostino, restano pregevoli opere capaci di documentare il gusto raffinato e l’amicizia che legò Angelo Maria Ricci con i più apprezzati artisti del neoclassicismo, da Giuseppe De Fabris, autore del busto del letterato scolpito nel 1830, a Berthel Thorvaldsen che dedicò l’Angelo della Morte in memoria di Isabella Alfani.
Giuseppe De Fabris (12), membro onorario dell’Accademia di San Luca, apparteneva al medesimo milieu neoclassicista da cui era stato formato insieme con Pietro Paoletti, ma con Angelo Maria Ricci era entrato in Arcadia sotto il nome di Mirone Smirneo.
Nel 1830, aveva scolpito i busti di Angelo Maria Ricci ed Isabella Alfani.
Alla morte del letterato, il 1 giugno 1850, la copia del busto fu replicata da marmorari romani che allestirono a cornu Epistulæ della basilica agostiniana nei pressi del palazzo il bel monumento con i bassorilievi della Carità e dell’Arte, lo stemma gentilizio a campo neutro bipartito, quercia diradicata a due rami frondosi e dal tronco tagliato, croce di Malta sovrastata da una rosa in uno scudo coronato e l’epigrafe
ANGELO. MARIÆ. SERAPHINI. F. RICCIO
DOMO. MOPOLINO. IN. SAMNIO
PATRICIO. ROM. REAT. AQUILANO
EQUITI. HIEROSOLJMARIO
VIRO. ANTIQUÆINTEGRITATIS
QUEM POETAM
EPICUM. LJRICUM. DIDASCALIUM
SCRIPTIS. EDITIS. NOBILISSINUM
RELIGIO. BENEFICENTIA. MORUMQUE. SUAVITAS
DOMI. FORISQUE. CARUM. OMNIBUS. FECERUNT
SANCTE. OBIIT. CAL. APR. MDCCCL
AGENS. ANN. LXXIV
PATRI. OPTIMO. INCOMPARABILI
IOANNES. MARIA. EQ. ACHILLES. MARIA. PRÆSUL
CUM. CAIETANO. ET. IOSEPHA
MÆSTISSIMI. POSUERUNT
Al danese Bertel Thorwaldsen (13) fu invece richiesta la raffinata stele dell’Angelo della Morte dedicato in memoria della moglie Isabella Alfani, già concepita nel 1814 per il cenotafio di Augusta Bømer, richiusa in un tempietto tuscanico nella parete della chiesa di San Giovenale dove nel 1754 Antonio Maria Ricci aveva acquistato dalla Congregazione degli Amanti di Dio l’altare laterale. (14)
L’epigrafe fu composta dal vedovo, affranto per la dipartita immatura dell’amata moglie:
ISABELLA. RICCIÆ
VIRILIS. ANIMI. SANCTIORIS. FIDEI. FEMINÆ
QUÆ. VIXIT. AN. XLII
ANGELUS. MARIA. RICCIUS
ALBERTI. THORWALDSEN. AMICITIA. ET. MARMORE. DONATUS
TANTI. MUNERIS. IMMORTALITATEM. DIVIDENS
CUM. CONIUGE. INSEPARVABILI
UNUM. IN. CINEREM. REDITURUS
COMMUNE. SIBI. MONUMENTUM. FUTURUM
Gli aggiustamenti territoriali susseguitisi durante il terzo quarto del XX secolo culminarono nel 1972 con il decreto della S. Congregazione dei vescovi che definitivamente assegnò l’antico Vicariato di Montereale all’Arcidiocesi di L’Aquila. Monsignor Nicola Cavanna (15) vi aveva affidato l’impegno pastorale a don Ercole La Pietra (16), giovane presbitero ordinato nel 1961, destinato in seguito alla cura di alcune parrocchie del Cicolano fino a rimanere per un trentennio presso la Collegiata di San Michele Arcangelo a Contigliano.
Le celebrazioni del secondo centenario della nascita di Angelo Maria Ricci (1776 – 1850) furono promosse da monsignor Benedetto Riposati, professore emerito di Letteratura Latina alla Cattolica di Milano.
Nato a Cabbia, formatosi presso il Seminario Vescovile di Rieti, amava dire di sé stesso: «sono tutte e due le cose: Sabino e Abruzzese» rivendicando la duplice matrice che aveva plasmato la sua più intima natura intellettuale e morale.
Così argomentava, nella festosa occasione del conferimento della cittadinanza onoraria, concessagli dall’amministrazione comunale guidata al tempo dal sindaco Ettore Saletti il 19 aprile 1980: «Gli è, in verità, che io sono abruzzese, della gens aprutina, perché nato in parvo vico, nel paesetto di Cabbia di Montereale, non lontano da L’Aquila, alla quale sono rimasto tenacemente legato. Anzi, dirò che L’Aquila fu la prima grande città, che io vidi, da bambino, e ne rimasi colpito come il Titiro della Bucolica virgiliana (…). Ma, se io porto nel mio sangue lo stigma abruzzese, tutta la mia educazione spirituale e la mia prima formazione culturale si è sviluppata a Rieti (…). A Rieti ho piantato fin dall’inizio le mie radici, che essa è stata la mia patria di adozione, e che io ho sempre sentito nella sabinità della sua gente quel fascino di virtù, di laboriosità, di generosità, di amicizia e di affetto, che ha caratterizzato nei secoli la nobile schiatta della terra sabina» (17).
Queste limpide, commosse espressioni coniate da Benedetto Riposati
si attagliano ancora mirabilmente ad Angelo Maria Ricci e a Giacinto Sardi Vincenti Mareri, appassionati committenti e cultori d’arte e architettura sacra, rivelano quanto si riverberino nell’esperienza reatina i progetti di L’Aquila Città della Cultura 2026.
NOTE
Modello della cappella di Santa Caterina d’Alessandria nella cattedrale di Santa Maria Madre di Dio a Rieti (Inv. 39519), collocato nella sala n° 8 della sede museale della sezione storico.artistica su concessione del Museo Civico di Rieti.
Tavola di Giuseppe Valadier, Chiesa di San Domenico Chiesina del sig. Ricci di Mopolino, Fondo Lanciani Roma XI 100 B 106.
Su concessione del Ministero della Cultura – Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte.
Fotografie degli arredi della chiesa di San Domenico a Mopolino a corredo delle schede OA I 13 00187590, OA 1 13 00187617, OA I 13 0018… , OA I 130018…
Su concessione della Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di L’Aquila e Teramo.
1. Estintosi il casato dei conti Ricci, il complesso del palazzo e della chiesa di San Domenico fu assegnato in eredità ai Natalucci e successivamente acquistato da Pasquale Valentini con i figli Florindo e Valerio. Dopo i terremoti del 2009 e del 2026, i Valentini di terza generazione si impegnano con passione nel recupero architettonico ed artistico degli edifici che connotano ancora il paesaggio di Mopolino.
2. Cfr. Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte, Fondo Lanciani
3. Nato ad Ancona il 31 gennaio 1795 dalla nobile famiglia dei conti Ferretti, che dette alla Chiesa papa Pio IX, studiò a Siena presso gli Scolopi. Destinato alla carriera militare, nel 1814 maturò la scelta di dedicarsi alla vita religiosa ed intraprese a Roma gli studi teologici. Resse la diocesi di Rieti dal 1827 al 1833, quando fu inviato a Napoli come Nunzio Apostolico con il titolo di arcivescovo di Seleucia in partibus infidelium.
4. Cfr. Archivio Vescovile di Rieti (d’ora in poi, AVRi), Visite Pastorali Gabriele Ferretti XIII c. 67 cc. 138 – 142
5. Cfr. AVRi, Visite Pastorali cit. p. 138
6. Ivi, p. 138 sgg.
7. Ibidem
8. Ibidem
9. Cfr. V. Di Flavio, Storie di Re Organo, Rieti 2014 p. 350
10. Ivi, p. 142
11. Pubblicato dal 1828 al 1839.
12. Nove, 1790 – Roma, 1860
13. Copenaghen, 1770 – 1844
14. ASRi, Atti del Notaio Giovanni Domenico Pernotti, vol. 15 c. 326
15. Vescovo di Rieti dal 1960 al 1971
16. Pescorocchiano, 1936 – 2025, già Vicario Generale della Diocesi di Rieti dal 1985 al 2013
17. Cfr. Discorso di ringraziamento, pronunciato il 19 aprile 1980 presso la sala consiliare del comune di Rieti in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria, Archivio Riposati, s.l., Biblioteca Riposati.
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