A Rieti dal Campidoglio: il Ratto delle Sabine di Pietro Da Cortona con ricordo di Guido Rossi
Proseguono con successo le importanti iniziative di Rieti quale partecipante al progetto di Capitale Italiana della Cultura 2026, di cui è capofila la città dell’Aquila, con l’attiva presenza del sindaco Daniele Sinibaldi. Ricordiamo il Festival dei Popoli Italici, ideato dal giornalista cultore della storia Umbro Sabina Federico Fioravanti e premiato il 5 settembre scorso al Parco archeologico di Naxos nel corso della IX Edizione del prestigioso Premio “Comunicare l’Antico”. Segnaliamo oggi la straordinaria mostra “Quando il mito prende vita. Il Ratto delle Sabine di Pietro da Cortona”, visitabile fino al 30 maggio 2027 e presentata come preludio per il Centenario della istituzione della Provincia di Rieti nel 1927.
L’esposizione del dipinto di Pietro da Cortona, commissionato dal Cardinal Giulio Cesare Sacchetti, banchiere fiorentino a Roma, per ancorare la famiglia all’antichità di Roma, manifesto del barocco romano, merita poi un plauso a parte, inaugurando anche la restaurata splendida Sala degli Specchi del Teatro Flavio Vespasiano, orgoglio di Rieti.
Ancora un merito particolare poi a Letizia Rosati, assessore alla cultura e a Francesca Lezzi, direttrice del Museo Civico di Rieti, cui si deve anche l’impegnativo trasferimento dell’opera dal Campidoglio, prestito straordinario concesso dai Musei Capitolini, prima uscita da Roma dal Seicento. Un ponte ideale: il Ratto romano a Rieti, l’Angelo reatino a Roma.
Infatti, come recentemente segnalato nel sito Amici di Rieti, dal 13 maggio al 1° novembre 2026, al Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, è visitabile il percorso espositivo “ANGELI. Messaggeri, custodi e viandanti. Le sublimi creature dall’Antico al Contemporaneo”, per celebrare la memoria del “Vescovo degli ultimi” a un anno dalla scomparsa di Papa Francesco. È l’occasione per ammirare l’intensità ed il magnetismo visivo dell’“Angelo Custode” (1620) di Giovanni Antonio Galli, detto lo Spadarino, conservato presso la Chiesa di San Rufo, piazza Centro Italia a Rieti e ora in prestito per la mostra capitolina.
Tornando al quadro del Ratto delle Sabine, la fama e gli studi ancora fiorenti per l’importanza storico artistica che il catalogo in uscita sicuramente implementerà mi sollevano dal trattarne. L’assessore alla cultura Letizia Rosati ne ha anticipato mirabilmente i punti d’interesse nell’illustrazione che ha offerto l’11 ottobre scorso al folto numero di partecipanti al primo raduno degli Amici di Rieti che hanno ammirato il celebre dipinto con la presidente dell’associazione Claudia Cattani, che è anche presidente della Fondazione Flavio Vespasiano.
Mi sento, invece, di condividere un particolare ricordo personale pertinente di sghembo: come il mio interesse per la Sabina mi abbia portato nel 2004, nel corso di una riunione a Milano per un impegno avvocatesco, a ricevere in dono, con generosa dedica, dal grande giurista Guido Rossi, senatore e protagonista politico, una copia del suo scritto “Il Ratto delle Sabine”, Adelphi 2000.
Un libro a sorpresa che per un avvocato è una sfida. Come scrive Rossi stesso: “l’episodio del Ratto delle Sabine ha affascinato molti pittori, non altrettanti scrittori e studiosi. Per lo più, lo si incontra nel vigoroso racconto di Tito Livio e finisce per diventare un remoto ricordo scolastico. Ma per un giurista quella leggenda è una vera sfida. […] E Roma significa una civiltà il cui apporto fondamentale fu il dispiegarsi di un’immensa potenza e insieme la fondazione di due parole: legge e Stato”.
Due spunti dallo studio/romanzo come lo definì l’autore, arricchendo la visuale del quadro con una prospettiva giuridica. Quello che Livio racconta come pacificazione imposta dalle rapite, Rossi lo legge, nel contesto, come prima forma di mediazione e la sua domanda è quando la forza diventa diritto, originando quella che poi sarebbe stata definita la “civiltà del diritto”. Ma ben emerge in sintesi il patto di convivenza politica; la violazione dell’ospitalità è una necessita di Stato che legalizza il Ratto come rito sacrale voluto dagli dei (iustae nuptiae), la donna Sabina non è vittima inerte, ma pilastro fondante dello Stato.
Il libro è brevissimo, ironico, ne seguiamo il timbro, scritto come se fosse un parere legale su un’OPA ante litteram del 753 a. C.. Lui, che era il grande avvocato delle OPA (Offerta Pubblica d’Acquisto) e del diritto societario, legge tutta la fondazione di Roma come acquisizione di popolazione femminile senza consenso, ma non usa il termine OPA. Lo svolgimento della metafora didattica: un’azienda senza risorse umane (Roma senza donne) invita i vicini a un evento (Consualia), rapisce l’asset strategico (le vergini nubili) e poi costringe i vecchi azionisti (i sabini) a fondersi, creando una nuova società (Romani e Sabini in 30 Curie). Tecnicamente è un’OPA ostile del 753 a.C., sanata ex post dal consenso delle rapite (ex iniuria ius oritur).
Si potrebbe affermare che quel dipinto del 1630 è di grande attualità, non è solo un rapimento mitologico, è il primo manuale di M&A (Merger&Acquisition) della storia: Roma acquisisce, i Sabini si fondono, le donne fanno da advisor ed impongono il merger (fusione). È poi tutta la storia della provincia di Rieti creata nel 1927 per fusione di pezzi di Umbria e Abruzzo: una M&A istituzionale riuscita.
L’altro spunto deriva dall’impostazione tendente al romanzo del libro. Rossi più volte vuole le Sabine come donne belle, ma non ha riscontri nelle fonti e il solo accenno alla bellezza sabina in Livio riguarda Ersilia, l’unica ricordata delle vergini sabine (683 secondo Plutarco) perché aveva marito, ma divenne la sposa regina di Romolo e lo coadiuvò mirabilmente dopo il discorso che Romolo fece alle vergini per convincerle al connubio; “una sola era di gran lunga superiore alle altre per aspetto e bellezza” (Livio 9), un superlativo individuale, non etnico. Romolo invita tutti i vicini senza che vi fosse una gerarchia di bellezza tra loro. I Sabini vennero in massa perché più vicini e più numerosi, non perché più belli.
Plutarco (Vita di Romolo, 14) narra che Romolo volle le Sabine per la loro fama di moralità severa, non di bellezza. Ovidio (Ars amatoria I, 101-102) invece le erotizza: “le guardavano con desiderio”. Quindi è Rossi che, da giurista del diritto d’impresa, legge il Ratto come una scelta di mercato tra i popoli vicini con la quale Roma acquisisce l’asset migliore, ovvero le donne sabine. Rossi le definisce “le più belle” in senso lato: incarnavano il canone migliore, quello più desiderabile e più solido moralmente per fondare una città.
Comunque, improbo e vano sarebbe dilungarsi sui canoni estetici delle Sabine, ma vale un salto secolare che attesta autorevoli, compiaciuti riscontri. Al riguardo il sito Amici di Rieti, in un precedente e più diffuso articolo sulle donne sabine cui si rimanda, regala un’importante e preziosa informazione che riportiamo: “Quando nell’ottobre 1883 inauguravasi la linea ferroviaria Terni-Rieti-Aquila, i rappresentanti della stampa, che qui fecero breve sosta, notarono la speciale avvenenza delle donne di Rieti e seguendo un vezzo del tempo, nei rispettivi giornali ebbero per esse lusinghiere parole. Grato per la cortesia di quei giornalisti, io oso inoltre affermare che più delle forme esteriori sono le doti dell’animo che rendono in tanta parte amabile il gentil sesso del nostro paese; sono le convenzioni religiose, la schietta indole, i modi corretti che han provocato a suo favore la stima così dei cittadini come degli estranei” (Osservatore Romano, 20 febbraio 1886, in occasione delle nozze Pecci-Vincenti Mareri). Riecheggia la citazione di Plutarco.
Svelati a Colle di Tora gli affreschi turanensi di Bomarzo
fig. 1 - Affresco nel palazzo di Bomarzo recante il riferimento a Collepiccolo Tra gli eventi annunciati dal sito Amici di Rieti, una artistica...
Abitare il confine
Figura 1 - Cittaducale Cartolina Il cuore dell’Italia appenninica fu attraversato per secoli dai confini tra il Patrimonio di San Pietro e il Regno...
Antenati insigni sabini in ritratto di famiglia
fig. 1 - La Sabina di Giubilio Mauro del 1592 incisa da Giovanni Maggi nel 1617Dopo i Santi Patroni e Protettori Sabini, nell’anno in cui Rieti è a...







