Quando, dopo le brevi soppressioni napoleoniche, per qualche decennio il complesso conventuale dei Padri Predicatori a Rieti tornò accessibile ai visitatori fu riscoperto il cinquecentesco Giudizio Universale che i mercanti associati nella confraternita di San Pietro da Verona avevano voluto per decorare degnamente il loro Oratorio.
In verità, proprio la composizione del Giudizio Universale che si sviluppa all’incirca per metà della superficie delle pareti e della volta dell’Oratorio di San Pietro Martire a cui i Domenicani non furono certo estranei per la proposta delle soluzioni iconografiche ed agiografiche, le citazioni ed i riferimenti scritturali, rivela ancora i numerosi ascendenti a cui gli artisti veronesi si dichiararono debitori, da Angelo Signorelli a Michelangelo Buonarroti, proponendo in un ambiente periferico non senza qualche spunto di originalità un raffinato compendio dell’arte sacra maturata nei grandi centri della civiltà del rinascimento maturo.
Nelle ristrettezze dei tempi, i Domenicani avevano dato in affitto la vecchia aula di studio del noviziato, utilizzato ora come granaio.
Tra i primi che, stupiti ed entusiasti, ammirarono la vasta opera misconosciuta si segnalò l’artista romano Andrea Pozzi, l’Accademico di San Luca che nel 1822 insieme con l’amico Angelo Maria Ricci, letterato e poeta di vaglia, non esitò a ravvisarvi la mano di un anonimo allievo di Raffaello.
Il conte Ricci, formatosi in gioventù presso il collegio scolopio del Nazareno dove prima di entrare in Arcadia con il nome di Filidemo Liciense era stato principe dell’Accademia degli Incolti, conclusa l’avventura alla corte di Gioacchino Murat presso la quale aveva vestito i panni di Lettore della Regina, Istitutore dei Principi Reali e Bibliotecario del Re, si era ormai ritirato a Rieti presso il palazzo di famiglia, ricostruito dall’architetto romano Giovanni Stern nel 1789, ai margini della piazza del Leone, ricorrendo al linguaggio neoclassico del tutto inedito nella quieta città di provincia ai margini dello Stato della Chiesa.
Nel 1828, il conte aveva benevolmente accolto a palazzo il giovane artista Pietro Paoletti da Belluno, promettente allievo del pittore neoclassico Giovanni Demin, incaricandolo di decorare le sale del piano nobile con motivi ispirati alle sue opere letterarie più celebri, San Benedetto, l’Italiade, la Georgica dei fiori, gli Idilli, le Conchiglie.
Anche Pietro Paoletti, che durante il soggiorno reatino lavorò per il Capitolo della cattedrale realizzando la decorazione del catino absidale con la sequenza delle Storie della Vergine e provvedendo al restauro della cappella del SS.mo Sacramento, ebbe occasione di visitare l’Oratorio e di annotare sul suo taccuino sette raffinatissimi disegni a china ispirati al Giudizio universale.
Questi i legami più significativi che il conte Ricci avrebbe intessuto negli anni a venire con alcuni tra gli artisti più in voga durante il luminoso tramonto della cultura figurativa neoclassica.
Nel 1822, memore della trascorsa esperienza di membro della Real Accademia delle Belle Arti di Napoli, si adoperò al fine di ottenere l’intervento del cardinale camerlengo Bartolomeo Pacca, che solo due anni prima aveva emanato l’Editto di tutela del patrimonio artistico dello Stato Pontificio, nell’intento di conservare e valorizzare i dipinti parietali fortunosamente riscoperti.
Il cardinale impose lo sgombero del locale, non senza suscitare le lamentele dei buoni padri Domenicani che venivano così privati perfino dei tenui compensi dell’affitto del locale.
Nel 1826 Andrea Pozzi provvide ad una prima ripulitura della vasta decorazione parietale: restano conservati nell’archivio del Camerlengato i raffinati disegni a penna eseguiti da Andrea Pozzi in quelle circostanze.
La cappella sarebbe stata sottoposta ad un sistematico intervento di restauro solo ottant’anni più tardi dal professor Giuseppe Colarieti Tosti, dapprima curatore poi direttore del Museo Civico reatino, sotto la sorveglianza dello storico Angelo Sacchetti Sassetti nella sua veste di Regio Ispettore ai Monumenti.
Ad Angelo Maria Ricci, promotore del consolidamento delle pitture da parte dell’amico Andrea Pozzi, va riconosciuto il merito di aver dato alle stampe il saggio Di alcuni dipinti della scuola di Raffaello rinvenuti nella città di Rieti, primo studio dedicato a quest’opera monumentale.
Nel 1838, ad onta dei restauri di dodici anni prima, un anonimo denunciava al Delegato Apostolico lo stato di degrado delle pitture.
Per la sua riconosciuta sensibilità e cultura, fu incaricato di compiere una perizia proprio lo stesso Angelo Maria Ricci che da quasi venti anni si interessava delle sorti del Giudizio Universale.
1. Rieti – S. Pietro martire
L’Archivio di Stato di Rieti custodisce tra i documenti della Delegazione Apostolica la dettagliata relazione consegnata dal nobile erudito che ripercorreva la storia recente dell’opera e suggeriva interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria per una spesa stimata di 30 scudi, raccomandando al Delegato di non ignorare le sorti dei Domenicani ridotti in miseria concedendo loro un sussidio che li compensasse per i mancati proventi dell’affitto ormai improponibile.
Il letterato esperto di belle arti non smentì la sua chiara fama attribuendo gli affreschi dell’Oratorio di San Pietro Martire alla scuola di Raffaello, intendendo questa espressione nell’accezione certo più ampia, ma bisognò attendere i più accurati studi filologici condotti da Angelo Sacchetti Sassetti, per restituire alla storia dell’arte il nome dei fratelli Lorenzo e Bartolomeo di Cristoforo Torresani, che dalla natia Verona si erano incamminati alla volta dell’Italia centrale dove si stabilirono a Narni intraprendendo con successo la loro attività di pittori itineranti, al servizio di congregazioni ecclesiastiche, confraternite, membri dell’aristocrazia locale e più modeste famiglie della piccola nobiltà e della borghesia emergente intese a ricevere qualche benemerenza dalla dotazione di una cappella o di un altare impreziosito dalle monumentali figure di Santi incorniciate da eleganti grottesche, cifra distintiva della bottega che attraverso due o più generazioni dominò la scena artistica di un vasto territorio periferico, distante dai grandi centri della cultura tardorinascimentale, attraversato dai secolari confini tra Stato e Regno intersecato dalle vie della lana.
Nel 1552, a Rieti, Bartolomeo fu incaricato da Bernardino di Leone Sanizi membro autorevole della confraternita reatina di San Pietro martire affinché dipingesse in una delle pareti dell’oratorio l’immagine del Santo titolare nella ricorrenza del terzo centenario dalla nascita al cielo.
L’affresco soddisfece le attese del committente al punto da guadagnare al pittore l’allogazione del grande Giudizio Universale alla cui realizzazione conclusa nel 1554 cooperarono Lorenzo, ormai anziano, ed i figli di lui Alessandro e Pierfrancesco, ormai bene avviati a proseguire nell’attività di famiglia.
La ricca confraternita dei mercanti reatini, intitolata a San Pietro Martire, sborsò volentieri la somma di 300 scudi per i Torresani, ma venti anni più tardi il Visitatore Apostolico monsignor Pietro Camaiani intimò di distruggere i nudi del monumentale Giudizio Universale, ritenendo che i laici non fossero in grado di comprenderne appieno i segni e i simboli. I Padri Domenicani, già ispiratori e garanti della conformità catechetica e liturgica delle pitture, si offrirono di trasferire la sede confraternale presso la vicina chiesa di San Matteo ad Ysclam, già appartenuta ai Cistercensi di San Pastore, ed utilizzare l’aula adiacente al Capitolo per ospitarvi la scuola di lingue antiche propedeutica agli studi esegetici aperta presso il noviziato, decretata da papa Gregorio XIII con una bolla emanata il 20 novembre 1575.
L’interdetto del Visitatore, infatti, non vincolava all’osservanza i dotti predicatori, perfettamente in grado di comprendere la simbologia figurata sottesa alle nudità ispirate dalla trasparenza dell’anima che si appalesa con tutte le sue colpe al cospetto di Dio, ma capaci invece di sbrigliare lubricamente le fantasie dei laici frequentatori dell’Oratorio.
2. Rieti – Ristrutturazione
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