La devozione per la martire paleocristiana Barbara di Nicomedia è viva a Rieti fin dal IX secolo, quando le sue reliquie vi vennero traslate dall’antica sepoltura in territorio sabino trovando custodia presso la cattedrale. La passio altomedievale narra il martirio di Barbara, compiuto nella località denominata ara Solis tra Scandriglia e Montorio Romano dove il padre Dioscoro, membro autorevole della corte dell’imperatore Massimiano Erculeo, l’aveva relegata in una sua villa rustica nel tentativo di scoraggiare la sua conversione al Cristianesimo. La giovane, orfana di madre, per nulla intimorita dai duri provvedimenti paterni, aveva distrutto le statue degli dei pagani che adornavano la villa ed aveva fatto aprire nella parete della torre ove viveva reclusa il simbolo trinitario di tre finestre. Dioscoro, esasperato, aveva così denunciato la figlia all’autorità del prefetto Marciano manifestando tutto il suo zelo nella volontà di provvedere egli stesso all’esecuzione della condanna a morte a cui Barbara, irriducibile, non poteva ormai scampare.
La fanciulla fu dunque decapitata dal crudele padre, che subito cadde incenerito da un fulmine, segno della collera divina: per questo motivo, si diffuse la tradizione che vuole Santa Barbara patrona di tutti coloro che espongono la propria vita al rischio degli incendi, delle esplosioni, di eventi imprevedibili legati a manifestazioni violente delle forze della natura.
Intorno alla metà del X secolo, al tempo delle invasioni saracene culminanti nella cruenta battaglia che portò alla distruzione dell’antica città sabina di Trebula Mutuesca, le spoglie mortali della martire cristiana Barbara di Nicomedia furono traslate dai Benedettini da Farfa a Rieti, conservate ed onorate come reliquie in cattedrale.
Dopo la parziale distruzione della cattedrale nel 1050 e la successiva riedificazione, che durò dal 1109, quando il vescovo Benincasa benedisse la prima pietra, fino al 1225, quando la nuova basilica fu consacrata, le spoglie di Santa Barbara furono solennemente conservate come reliquie nell’altare maggiore.
Questo rappresentò, per secoli, lo spazio sacro deputato al culto della santa.
La particolare devozione verso la patrona della città di Rieti indusse finalmente nel 1648 don Antonio Petrollini a stendere testamento assegnando i suoi beni al Comune affinché provvedesse ad edificare in cattedrale una cappella dedicata alla santa.
Due anni più tardi, nel 1650, il Comune nominò Loreto Mattei ed Angelo Alemanni, deputati per la realizzazione della cappella, nell’area allora occupato dalla cappella della Concezione allestita nel 1464 a cura e spesa di Amico Stabili, canonico della cattedrale.
Nel 1651 la famiglia Stabili, che aveva ereditato dal prelato i diritti ed i privilegi legati alla cappella della Concezione, ne dunque cedette il possesso al Comune, rappresentato dal gonfaloniere Loreto Mattei e dai nobiluomini deputati Angelo Alemanni, Muzio Capelletti, Pietro Capelletti, Francesco Sisti, Pompeo Vecchiarelli, Pietro Vecchiarelli, Paolo Severi.
L’incarico per la progettazione dell’opera fu dapprima affidato all’architetto Pietro Vanni di Scandriglia, poi passò senza successo al romano Monadi.
Il Comune interpellò allora Gian Lorenzo Bernini, che aveva a Rieti stretti contatti con la comunità religiosa di Santa Lucia, dove erano monache due sue congiunte.
L’artista provvide ad inviare il progetto complessivo della cappella ed il bozzetto per la statua destinata all’altare.
Il disegno berniniano incontrò il favore dei deputati, che ne affidarono la realizzazione a Giannantonio Mari.
L’altare finemente ornato si schiude come la valva di una conchiglia incorniciando tra le due sottili colonne corinzie la statua berniniana.
Sul timpano, in memoria della primitiva destinazione della cappella ,fu collocato nel 1728 un ovale di raffinata fattura, opera ad altorilievo del cavalier Lorenzo Ottoni, dedicato al tema della Concezione di Maria.
Lorenzo Ottoni aveva già scolpito tra il 1714 ed il 1718 le quattro grandi statue poste nelle nicchie del vestibolo della cappella, raffiguranti la beata Colomba, San Nicola, San Francesco e San Prosdocimo.
Nel 1730, Giovanni Odazi affrescò la cupola proponendo entro le cornici in stucco la sequenza delle Storie di Santa Barbara.
Il contributo del cavalier Antonio Concioli alla cappella della patrona Santa Barbara fu determinante al completamento del secolare, impegnativo lavoro.
L’artista realizzò nel 1775 l’allegoria delle Virtù cardinali nei pennacchi della cupola e le due tele laterali raffiguranti le scene del Martirio e della Morte di Santa Barbara.
Così, il 4 dicembre 1778, la cappella di Santa Barbara poté essere solennemente consacrata dal vescovo Saverio Marini.
I dipinti parietali della bottega Torresani a Santa Maria del Popolo di Santa Rufina, in omaggio delle nozze di Madama d’Austria
Il territorio pianeggiante della valle del Velino attraversato dalla consolare Salaria era stato fittamente popolato di villæ e casæ fin dall’era...
Mille capitali, tre cattedrali
L’Aquila 2026, capitale italiana della Cultura riconosciuta per la storia, per la cultura, per l’esempio di resilienza post-terremoto costituisce...
Angelo Maria Ricci e Giacinto Vincenti Mareri protagonisti della stagione preunitaria, tra Stato e regno
L’ambizioso progetto L’Aquila Città Multiverso, accolto nel marzo 2024, è oggi realtà: in esso, trova spazio adeguato il «modello replicabile di...





